La resa di Syriza non chiude la “questione greca”…

syrizaCon colpevole ritardo pubblichiamo questo interessante contributo dei compagni della redazione de Il Cuneo Rosso sulla “questione greca”. Un testo, riteniamo, assai importante per ricominciare, da un punto di vista di classe, a parlare, riflettere e produrre analisi sulla crisi greca, dopo la sbornia mediatica che a partire dal 25 Gennaio scorso – giorno della prima vittoria elettorale di Tsipras – ha invaso il dibattito pubblico, influenzando e ingabbiando – spesso su categorie che sono proprie del nemico di classe – anche quello di movimento. Buona lettura.

La resa di Syriza non chiude la “questione greca” [qui PDF scaricabile]
La Grecia è scomparsa, o quasi, dalle prime pagine. È prevedibile ci tornerà dopo le elezioni del 20 settembre. Ma non saranno certo le imminenti elezioni, quale che sia il loro esito, a risolvere la “questione greca”. Le sue coordinate, infatti, sono extra-parlamentari. Attengono alla crisi del capitalismo e ai rapporti di forza tra le classi. E sono già chiare da anni. Le vicende del referendum e del dopo-referendum, con la resa di Tsipras e di Syriza ai diktat della Troika e dei capitalisti greci, le hanno ulteriormente confermate. Perché dicono che nonostante la catena di lotte degli scorsi anni, e nonostante il rifiuto dei memorandum sia stato ribadito dalla vittoria del No al referendum del 5 luglio, per i lavoratori e i giovani deprivilegiati della Grecia la strada è ancora tutta in salita. Come lo è, del resto, per i proletari dell’intera Europa (e del mondo).
Qui in Italia diversi esponenti della extra-sinistra hanno tratto spunto dalle grandi difficoltà attuali del movimento di massa anti-memorandum, per spargere a piene mani disfattismo nei confronti della lotta dei lavoratori, in Grecia e ovunque, e per rilanciare un nazionalismo ‘sociale’, un social-nazionalismo, funesto per le sorti del proletariato. Abbiamo scritto queste note in polemica con loro, ma non certo per convincere loro. Il nostro intento è, invece, quello di promuovere il confronto, finora deficitario, tra quanti ricercano una via d’uscita dalla profonda crisi ideologica, politica e organizzativa in cui versa il movimento proletario su scala europea e internazionale senza nulla concedere al riformismo e al nazionalismo.
Il ‘caso greco’ e la resa di Syriza hanno dimostrato una volta di più che l’illusione di poter uscire da questa crisi a mezzo di elezioni e con il rilancio di politiche riformistiche, produce solo nuovi disastri, con l’effetto di rafforzare i sentimenti di sfiducia e rassegnazione già così largamente presenti tra i lavoratori. Discutere di questa resa può e deve servire a schizzare un percorso per la rinascita del movimento di classe (nel suo insieme) che non sia fondato sulle sabbie mobili. Lo scontro di classe in Grecia, infatti, non è qualcosa di a sé stante: è parte integrante dello scontro di classe in corso in Italia e a scala internazionale, e anticipa per molti versi ciò che sta per avvenire qui e in altri paesi dell’Europa. Tanto più ora che la crisi globale irrisolta sta tornando a riacutizzarsi con nuovo epicentro in Cina. Nell’attuale stato di nullità politica della classe lavoratrice, in cui la prospettiva rivoluzionaria del comunismo vive solo in piccoli aggregati di compagni scarsamente comunicanti tra loro, tracciare un cammino e formulare alcune indicazioni di lotta coerenti con l’obiettivo finale della rivoluzione sociale, è compito maledettamente difficile. Ma proviamo comunque a porre qualche interrogativo relativo agli avvenimenti greci degli ultimi mesi: per ragionare di Grecia, ma anche della situazione italiana e di tutto il resto.

Procederemo formulando, appunto, tre domande:
1) Perché, dopo il referendum, Troika e capitalisti greci hanno stretto ulteriormente il nodo intorno alla gola dei proletari greci?
2) Perché Tsipras e Syriza hanno ceduto di schianto?
3) Cosa ne seguirà per Syriza e il conflitto di classe in Grecia, e qui da noi?

Prima questione: perché, dopo il referendum, Troika e capitalisti greci hanno stretto ancora di più il nodo intorno alla gola dei proletari greci?
È arcinoto: la Troika e i capitalisti greci non volevano il referendum. Non lo volevano per una ragione di principio: le questioni vitali dell’economia e della politica, e le politiche anti-proletarie cui s’è dato il falso nome di austerità sono tra queste, non possono essere sottoposte al voto. Fosse pure il voto del “popolo”, dell’insieme delle classi sociali diverse e antagoniste di cui si compone, e in cui si scompone, una società capitalistica matura, o in via di disfacimento, come quella greca. (Anche la ‘meravigliosa’ Costituzione italiana del 1946 all’art. 75 vieta i referendum relativi al fisco e alla politica internazionale: sulle leggi finanziarie o sulla NATO non si vota!).
Nel 2011 i grandi poteri del capitale globale impedirono il referendum ventilato da Papandreu e licenziarono in tronco questo bel campione per via extra-parlamentare. L’avrebbero voluto impedire anche questa volta, ma hanno fiutato il pericolo: un secondo divieto rischiava di svelare in modo troppo scoperto che la loro democrazia non è altro che una dittatura di classe, la dittatura della classe capitalistica. Una volta proclamato quel referendum che non avevano potuto impedire, però, hanno fatto quanto era in loro potere perché vincesse il sì, scatenando contro il no, in Grecia e in tutta Europa, una campagna terroristica di estrema violenza popolata di scenari apocalittici di fame, carestia, mancanza di medicinali, ritorno dei militari al potere, e chi più ne ha più ne metta. Nel pieno di tale campagna il boss della BCE Draghi ha dato corpo materiale al ricatto prima tagliando la liquidità alle banche greche fino a paralizzarle e poi imponendogli la chiusura. Nonostante ciò, la larga maggioranza dei votanti si è espressa comunque per il no. E per i padroni del debito di stato greco ed europeo è stata una sberla, forse inattesa.
La reazione della Troika, e quella dei capitalisti greci tutt’uno con essa (al di là del conflitto di interessi sulla spartizione della torta), è stata furiosa. È ritornato in campo lo spauracchio di una espulsione a tempo o definitiva della Grecia dall’euro, ed è stato usato per appesantire le condizioni per il nuovo maxi-prestito di 80-86 miliardi di euro. La spiegazione corrente nella extra-sinistra italiana è: hanno voluto umiliare Tsipras e la Grecia. Questa chiave di lettura è, per noi, deviante. Certo: hanno preteso la testa di Varoufakis, colpevole di qualche incontinenza verbale contro gli usurai. E hanno stretto con piacere all’angolo Tsipras imponendogli di fare pulizia nel governo e in Syriza, cosa a cui il volonteroso neo-adepto della politica dei memorandum ha subito provveduto. Ma il bersaglio grosso delle decisioni della Troika e dei troikanti greci non sono né Varoufakis né Tsipras, e neppure Lafazanis, il capo della variegata sinistra interna a Syriza e ora di “Unità popolare”. Né è indistintamente la Grecia o i greci nel suo/loro insieme: sono i lavoratori della Grecia, autoctoni e immigrati (in Grecia, quasi tutti lo dimenticano, è presente 1 milione di immigrati, per il 70% albanesi), occupati, disoccupati, pensionati, e la loro persistente resistenza, più o meno attiva, alle politiche di impoverimento e liberticide degli ultimi anni.
Questa resistenza è oggi indebolita rispetto agli anni caldi 2010-2012, ma non è del tutto fiaccata. Invece, per la Troika e i suoi soci greci, deve essere spianata affinché non ci siano più ostacoli alla realizzazione dei memorandum e per debellare ogni possibile effetto-contagio in altri paesi europei. Un contagio possibile più oggi-2015 di tre o quattro anni fa, perché nel frattempo in Europa decine di milioni di lavoratori hanno fatto esperienza di quanto pesano sulle loro vite le politiche di “risanamento” dei bilanci statali in nome del pagamento del debito di stato. E questo ha ovunque eroso il consenso sociale ai governi e alle istituzioni europee. Non a caso, nei giorni precedenti il referendum, quando l’establishment europeo sparava contro i ‘ribelli greci’, ci sono state in giro per l’Europa circa 200 manifestazioni di solidarietà con loro (per quanto di piccole dimensioni, spesso più presidi che vere e proprie dimostrazioni). Terribilmente meno di quanto sarebbe stato necessario per spezzare l’isolamento dei lavoratori e dei giovani dimostranti greci, sul piano della quantità e dei contenuti politici; ma pur sempre una primissima presa d’atto che lo scontro in corso in Grecia tra i lavoratori della Grecia e l’internazionale del capitale ci riguarda in pieno, noi proletari e comunisti (e anti-capitalisti) ‘italiani’, ‘britannici’ o ‘tedeschi’.

Tutta colpa del neo-liberismo?
Attenzione, però, a una lettura riduttiva di questo furioso, interminabile attacco del capitale globale ai lavoratori e ai giovani deprivilegiati della Grecia. In tanti, tra cui il segretario di Rifondazione Ferrero, se la prendono con il neo-liberismo, come se i memorandum fossero il frutto esclusivo del neo-liberismo. Questa analisi è falsa. A comandare ai poteri forti europei, greci, transatlantici e globali (è bene ricordare che l’FMI ha dentro di sè anche i Brics, benché siano sotto-rappresentati) un terzo memorandum più duro dei precedenti non è la politica neo-liberista, è la crisi sistemica del capitalismo completamente irrisolta. Anzi, vicina ad una sua riacutizzazione, con impulso, questa volta, dalla Cina e dagli altri Brics. Per cercare di uscire da questa grande crisi, i capitalisti hanno bisogno anzitutto di una drastica svalorizzazione della forza-lavoro, di un impoverimento di massa sconosciuto da molti decenni. Specie là dove – vedi Europa – la forza-lavoro ha il costo più alto alla scala internazionale. Non si tratta di liberismo o neo-liberismo, di keynesismo o neo-keynesismo; si tratta del sistema sociale capitalistico in quanto tale, che più procede “in avanti”, più esaspera i suoi antagonismi.
Le misure imposte ai proletari greci e a quelli dell’intera Europa, la catena infinita delle guerre scatenate direttamente o indirettamente alle popolazioni del mondo arabo-islamico dall’Occidente, la guerra agli emigrati-immigrati che impazza qui e nel mondo intero, i dissesti ecologici in serie, sono altrettanti prodotti ‘spontanei’, necessari della crisi storica più profonda che il sistema capitalistico abbia mai vissuto. Questa è la questione-chiave che sovrasta e determina le vicende greche (e non greche), e ne fa un capitolo dello scontro di classe globale in corso di acutizzazione tra capitale e lavoro. Questo scontro epocale, appena iniziato, non riguarda, al fondo, le politiche economiche da adottare, se neo-liberiste o neo-keynesiane, e/o la redistribuzione del reddito e dei sacrifici; contrappone tra loro due prospettive storiche alternative inconciliabili: la prospettiva di un nuovo, devastante rilancio del capitalismo, e la prospettiva di una rinascita dalle proprie ceneri del movimento proletario mondiale e della rivoluzione proletaria.
Quando Draghi, Merkel, Renzi, Hollande e gli altri sostengono, sulla scia della fortunata formula della Thatcher: non c’è alternativa, dicono il vero. Dal ‘punto di vista’ del capitale, s’intende. E bisogna essere allocchi – o finti allocchi – per credere alle “alternative” dei Krugman, degli Stiglitz e compagnia cantante, che suggeriscono, attraverso l’ulteriore illimitata creazione di moneta, nulla più che un modo indiretto per svalorizzare i salari e il lavoro vivo. Del resto, la via dei memorandum imposti ai lavoratori della Grecia non è certo una eccezione: è la stessa del Fiscal Compact imposto ai lavoratori di tutta Europa; la stessa dell’Hartz IV che il governo di Schroeder (socialdemocratico) ha scagliato contro i lavoratori tedeschi; la stessa delle politiche di blocco e poi di riduzione dei salari, e di allungamento degli orari, che durano da tre decenni negli Stati Uniti. La differenza, e la differenza c’è, è solo del grado dei sacrifici e dell’illibertà. La maschera spietata del cavaliere di Gran Croce della repubblica italiana Wolfgang Schäuble, a libro paga del commerciante di armi Karl Heinz Schreiber, non è altro che la maschera spietata del capitale transnazionale. Di cui egli, giustamente, si concepisce come un fedele travet. Che non può assolutamente transigere quando è in questione, e lo è, il rilancio della valorizzazione del capitale in Grecia e altrove. Ferreo il suo carattere? Ferree le regole capitalistiche di uscita dalla crisi, a cui anche buffoncelli del rango di un Renzi sottostanno pur recitando, da pagliacci appunto, la parte di quelli che sanno forzare le “regole”.
Varoufakis ha constatato empiricamente il vero, senza però minimamente capirne le cause, quando ha ‘rivelato’ che nelle riunioni ufficiali i custodi degli interessi del capitale globale (il capitale greco incluso) non lo ascoltavano neppure. “Non c’è stata mai discussione”, confessa sconsolato al “New Statesman”. Rispondevano “come se tu non avessi mai parlato”, mostrando una “completa assenza di scrupoli democratici”. Diversamente da Varoufakis e dai suoi ammiratori/trici, i funzionari seri di sua maestà il capitale se ne fottono dei giochi linguistici e degli scrupoli democratici. Sono intenti a qualcosa di assai più sostanzioso: affermare il contenuto di classe della democrazia capitalistica sopra e contro i proletari e gli altri strati sociali non sfruttatori. Dove credeva di essere Varoufakis, al bar tra quattro amici o in un consesso accademico di chiacchiere a ruota libera? In quei luoghi istituzionali si “decide” ciò che già è stato impersonalmente stabilito dalle immodificabili leggi di funzionamento del modo di produzione capitalistico. Al più, si questiona sui dettagli, i tempi, le singole condizioni. Ed è ovvio che in quegli incontri “non si tengano minute” affinché tutto rimanga “riservato”, così che “i cittadini non sapranno mai cosa vi si dice” e vi si decide, benché le decisioni che lì si prendono siano “quasi (perché quasi?) decisioni di vita e di morte”. Questo è il capitalismo reale, e democratico, così com’è. E la lotta e la resistenza dei lavoratori greci, inclusa la vicenda del referendum, ha avuto il grande merito di mostrare a milioni di lavoratori, in Europa e fuori dall’Europa, questa realtà.
Un secolo fa lo scoppio della prima guerra mondiale affondò l’idea che fosse possibile un indefinito sviluppo economico pacifico (in Europa!) sotto l’egida del capitalismo. La grande crisi esplosa nel 2008, con l’impoverimento e il supersfruttamento imposti ai lavoratori in nome del debito di stato, sta affondando l’idea che sia possibile l’indefinito miglioramento delle condizioni materiali dei lavoratori (in Occidente). In questo l’evoluzione della “vicenda greca” è della massima importanza perché segnala una tendenza generale e storica del capitalismo globale. Al di là di tutte le sue, reali, specificità, la “questione greca” è una questione globale.
Quanti, invece, chiamano in causa solo ed esclusivamente il neo-liberismo o l’Europa neo-liberista chiudono gli occhi proprio davanti a questo dato generale e storico che permea e sovrasta la “crisi greca”. Tutto ciò che sanno fare è proporci un capitalismo diverso, “keynesiano”, con tanto di diritti democratici, da raggiungere, naturalmente, via scheda elettorale. Ma un capitalismo del genere è esistito solo in qualche misura, per qualche tempo (il trentennio di sviluppo 1945-’73) e in un’area ben delimitata della terra: i paesi imperialisti occidentali. Ed è stato l’esito di autentici cataclismi storici, non certo di ‘libere elezioni’. Annunciato dallo spettacolo dei fuochi d’artificio atomici di Hiroshima/Nagasaki, fu effetto di un’irripetibile combinazione di fattori: le gigantesche distruzioni di capitale realizzate nelle due guerre mondiali e nella crisi del 1929, i non meno giganteschi proventi accumulati in cinque secoli di rapina coloniale, ma anche la ricaduta di un grande ciclo rivoluzionario, sconfitto ma capace di lasciare il segno. Costoro non vogliono vedere il presente per quello che è, il capitalismo globale per quello che è. Hanno la testa volta all’indietro, a un passato capitalistico – idolatrato e ampiamente mistificato – che non può tornare. E non tornerà. Amano dirsi progressisti; sono in realtà regressisti che si ‘battono’, o meglio: si sbattono, per tornare ad un mondo (capitalistico) perduto tutt’altro che ideale per chi vive del proprio lavoro.
Una finestrella sul futuro del capitalismo reale del ventunesimo secolo l’ha aperta di recente il FMI dicendo: Italia? Beh, ci vorranno almeno vent’anni per tornare ai livelli di disoccupazione (altissimi) precedenti la crisi del 2008. E l’ossessiva ripetizione della necessità di “riforme”, nel senso che questo termine ha per il FMI, più “incisive” di quelle già messe in atto (per i prossimi… venti anni) la dice chiara sulle prospettive di medio-lungo periodo. Specie in un continente, come l’Europa, che è sempre più stretto tra la rampante concorrenza dei nuovi capitalismi e quella più logora, ma non meno acuta, della superpotenza yankee. Questo è! E se a questo ci si vuole opporre davvero in Grecia e ovunque, c’è una sola arma: la lotta di classe organizzata, indipendente e dispiegata della classe dei lavoratori salariati ridestata a sé stessa. Esattamente l’arma a cui Tsipras e Syriza hanno rinunciato già da molto prima della loro andata al governo.

Seconda questione: perché Tsipras e Syriza si sono arresi?
Insieme con la determinazione della banda dei creditori, questa rinuncia è la ragione principale del cedimento di schianto di Tsipras dopo il referendum. Intendiamoci: per il sostanziale isolamento in cui la lotta dei lavoratori greci è venuta a trovarsi, e anche per i limiti di autonomia politica e di unità di questa lotta (che abbiamo analizzato nel n. 2 del “cuneo rosso”), la sproporzione di forze era schiacciante. Possono prescinderne solo certe patetiche figure dell’autismo ‘rivoluzionario’ che davanti allo specchio di casa posano da super-eroi con l’aria di dire: “Se ci fossi stato io al posto di Tsipras…”. Da materialisti ammettiamo, invece, che nelle condizioni date la sconfitta era, al momento, inevitabile. Ma c’è sconfitta e sconfitta. E la grave responsabilità politica di Tsipras e di Syriza è nell’avere concorso attivamente, e non poco, a scompaginare la resistenza di massa ai provvedimenti previsti dal terzo memorandum.
Il problema è di strategia, non di tattica. La resa finale del 13 luglio è stata il risultato obbligato della linea politica ‘riformista’ di Syriza, che non ha mai messo seriamente in conto la possibilità di un vero e proprio scontro con i poteri del capitale globale. Per questa ragione il partito di Tsipras non ha dato alcuna consequenzialità alle proprie enunciazioni più ‘radicali’ di qualche anno fa, come la necessità di annullare i primi due memorandum e di annullare, almeno in parte, il debito di stato greco, assumendo invece un atteggiamento sempre più conciliante con la gang dei creditori di stato interni ed esterni. Tra il 2009 e il 2012 Syriza aveva cavalcato il movimento di massa contro i memorandum e si era gonfiata di credito e di voti grazie ad esso; ma un passo dopo l’altro già molto tempo prima della nascita del governo Tsipras, ha trasformato il suo originario rifiuto in blocco dei memorandum e dei diktat della Troika in una posizione favorevole al negoziato, e poi al negoziato a tutti i costi. Contestualmente, essa ha operato per canalizzare le lotte dalle piazze e dai luoghi di lavoro, dove si costruiscono e si cambiano i reali rapporti di forza tra fronte del capitale e fronte delle classi lavoratrici, verso il piano elettorale, vedendo nella collera dei giovani e dei proletari una semplice arma di pressione per meglio negoziare con i creditori (e, nello stesso tempo, una energia da tenere sotto controllo). Ciò che va imputato a Tsipras e a Syriza è di aver depotenziato il conflitto di classe in Grecia. Un obiettivo chiaramente espresso nella formula congressuale “Siamo per la solidarietà, e non per la lotta”, e messo coerentemente in pratica nella sua seconda parte assai più che nella prima.
Non sosteniamo che il movimento anti-memorandum fosse pronto allo scontro frontale con la Troika e i capitalisti greci: sarebbe una infantile fiction. Sosteniamo che Tsipras/Syriza hanno contrastato l’allargamento, la radicalizzazione e l’unificazione del movimento di massa anti-memorandum, la sola forza in grado di contrare l’attacco della Troika e delle forze borghesi interne, perseguendo il cammino opposto in direzione della pacificazione sociale e dell’unità nazionale. Da cui prima la formazione del governo di sinistra-destra insieme con la Anel di Kammenos, un partito legato a triplo filo con i militari, la Nato, la Chiesa e tutto il vecchio establishment, poi un’alleanza di fatto anche con Nuova Democrazia, Potamos e i resti del Pasok per approvare immediatamente le leggi imposte dai creditori.
Lo stesso dicasi per le alleanze internazionali. Tsipras e Syriza hanno cercato aiuti e sponde nelle forze socialdemocratiche europee, Hollande, Renzi, etc., nell’amministrazione Obama, e, su spinta di una certa sinistra interna, nella Russia e nella Cina. Ma non hanno potuto trovare alcun tipo di sponda in simili interlocutori per l’unità di intenti di fondo che lega queste forze e questi stati alla Troika e ai capitalisti greci (e alla Chiesa greco-ortodossa), nella determinazione di scaricare sulle classi lavoratrici il peso della crisi e delle politiche anti-crisi. Viceversa nulla di serio è stato fatto per far arrivare ai lavoratori degli altri paesi europei (e non europei) una richiesta pressante di aiuto e solidarietà attiva. Non diciamo che una tale richiesta sarebbe stata immediatamente accolta; registriamo che nulla di sistematico, è stato fatto in tale direzione. Et pour cause, dal momento che l’acutizzazione dello scontro di classe è stata esclusa da Syriza sia in Grecia che fuori della Grecia.
Come tutti i riformisti/socialdemocratici, Tsipras e i suoi hanno una visione molto abbellita del capitalismo, della sua ‘flessibilità’, della sua possibilità di incorporare dei bisogni immediati delle classi sfruttate. Sulla base di questa convinzione sono andati al ‘negoziato’ con la Troika fiduciosi di ricevere da essa un trattamento diverso da quello subito dai suoi predecessori a causa della nuova ‘investitura popolare’. Sennonché un incontro dopo l’altro, hanno constatato l’intento strangolatorio di tutti i creditori, inclusi i membri dell’Internazionale socialista Hollande e Renzi che in pubblico recitavano una certa ‘comprensione’ verso le ‘ragioni della Grecia’ e l’allentamento delle politiche di ‘austerità’. E alla fine, non restandogli nessun’altra possibilità per limare almeno un po’ i termini di un diktat umiliante per un governo che aveva solennemente promesso di farla finita con le politiche dei memorandum, hanno giocato la carta del referendum. Hanno dovuto giocarla perché man mano che l’intento dei creditori esterni e interni appariva chiaro e il governo di Atene indietreggiava, le piazze greche hanno ripreso a popolarsi di lavoratori e di giovani senza privilegi. Tsipras e la sua cerchia hanno dovuto fare i conti con le decise prese di posizione dei sindacati (Adedy e Pame anzitutto) e delle sinistre interne ed esterne a Syriza (Kke, Antarsya). Non sappiamo quanto sia vero, come si è vociferato, che Tsipras e i suoi si augurassero di perdere il referendum, così da passare la mano ad altri chiamati ad applicare le imposizioni dei creditori, per poi tornare in sella in tempi meno aspri. In ogni caso, il ricorso al referendum è stata la mossa con cui hanno cercato di uscire dalla morsa delle due pressioni contrapposte, fallendo. Perché davanti alla vittoria del no (frutto delle lotte passate e della resistenza ancora in atto), la Troika e i poteri capitalistici interni alla Grecia li hanno messi spalle al muro: o la resa, o la cacciata dall’euro, una eventualità alla quale il governo Tsipras non si era realmente mai preparato, considerandola la catastrofe assoluta per l’economia nazionale. È stata la resa ad un nuovo memorandum, più stringente dei precedenti, con il ritorno anche formale della Troika ad Atene come supervisore. E l’indiscutibile rafforzamento dei troikanti greci – i cui partiti, non a caso, si sono affrettati a votare a favore del nuovo memorandum – contro i lavoratori greci, colpiti anche dall’azzeramento totale dell’esito del referendum.

Le lezioni del ‘caso greco’, secondo noi e…
Questa condotta e questa evoluzione di Syriza non è una sorpresa per noi, essendo inscritta nel suo dna ideologico e politico riformista. Può colpire, semmai, e ci ha colpito e – questo sì – in parte sorpreso, l’estrema rapidità di un cammino che in altri casi ha richiesto decenni. Una rapidità che si spiega proprio con la profondità della crisi mondiale e europea che ha bruciato gli spazi riformistici, e ha fatto piazza pulita della teoria espressa dall’NPA francese secondo cui i “nuovi riformismi” sarebbero altra cosa dai vecchi riformismi, e meriterebbero perciò un approccio diverso, più ‘aperto’, rispetto a quello ‘classico’ (di Marx, Luxemburg e Lenin). A questo riguardo, nel n. 2 del “cuneo rosso”, a novembre 2014, prima dell’andata al governo di Tsipras, sostenevamo quanto segue:

“Da più parti si parla di “lezioni della Grecia”. Lo si è fatto di recente anche per indicare la lotta contro il rinascente nazi-fascismo come il compito prioritario da ora e per un lungo periodo di tempo. Lo si è fatto soprattutto per rilanciare come obiettivo “di fase”, in maniera più o meno esplicita, la costituzione di governi di sinistra in Europa come momento di transizione ad ulteriori avanzamenti verso il socialismo, un obiettivo che sembra addirittura elettrizzare alcuni compagni. Per noi, forse non solo per noi, le lezioni della Grecia sono altre. La prima è il carattere devastante e di lungo periodo dell’aggressione del capitale, dettata dalla profondità della crisi. La seconda è l’inevitabile crollo, davanti a questo attacco, di quel che resta della vecchia social-democrazia, in Grecia il Pasok. La terza è l’altrettanto inevitabile nascita di nuove forze politiche “riformatrici”, più o meno “dure”, in Grecia è il caso di Syriza, che si candidano a rappresentare le istanze di resistenza dei lavoratori delusi dalla socialdemocrazia, ma sono a loro volta condannate a deluderli per i margini strettissimi di “riforma” rimasti al capitalismo anche in paesi – vedi Grecia – che fanno parte, pur nelle seconde [o terze] file, del club imperialista. La quarta è l’impossibilità che si rigeneri in senso classista e internazionalista quanto è rimasto del vecchio movimento operaio stalinista, incardinato per la vita e per la morte sul binario “di classe e patriottico”, in cui la classe è sempre e comunque subordinata alla “patria”, cioè al capitale. La quinta è che la brutalità dell’attacco capitalistico in atto in paesi come la Grecia abbisogna di forze politiche e apparati statuali in grado di sostenerlo, deve quindi produrre e selezionare nuove forze reazionarie più aggressive delle esistenti, non necessariamente fasciste, ma anche fasciste. La sesta è l’inevitabilità di una risposta di classe e popolare ampia perché, a differenza che negli anni ’80 e ’90, l’attacco capitalistico deve estendersi agli strati intermedi salariati e accumulativi. Questa risposta può anche cominciare dentro le vecchie strutture socialdemocratiche e staliniste; può, quasi sicuramente anzi dovrà transitare per nuove formazioni riformiste, a misura che l’abbandono delle illusioni riformiste da parte dei lavoratori non sarà certo istantaneo; ma potrà procedere in avanti e rispondere in modo efficace agli attacchi solo alla condizione di svincolarsene, darsi nuovi programmi, nuovi organismi di lotta e un’interamente nuova organizzazione di partito. La settima, che ne deriva, è la necessità per i comunisti di lavorare fuori dalle organizzazioni riformiste, che in tutte le esperienze storiche di “entrismo” li hanno fagocitati, cambiati e dispersi, ma – pena la loro totale sterilità – assolutamente dentro il movimento di resistenza proletario e popolare, e la sua dinamica di spostamento verso sinistra e di collegamento con le lotte dei proletari degli altri paesi.”
Ci pare, francamente, che in questo anno le cose siano andate, e continuino ad andare, in questo senso.

…secondo i disfattisti
A difesa di Tsipras, i suoi sostenitori italiani ed europei chiamano in causa la scarsa solidarietà “alla Grecia” che c’è stata in Europa. Si tratta di un dato di fatto. Ma in questa assenza di solidarietà sono loro stessi ad essere implicati in prima persona, dal momento che tutto ciò che hanno saputo fare è aggrapparsi ai successi elettorali di Syriza per tentare di rilanciarsi disperatamente come forza di opposizione parlamentare, legalitaria, nazionale, nei rispettivi paesi, a cominciare dall’Italia dove da tempo non riescono neppure ad entrare in parlamento. Iniziative importanti di solidarietà con la lotta dei lavoratori greci? Zero spaccato. (Ci è capitato di essere presenti a Mestre ad un paio di iniziative nelle quali era previsto che i promotori della lista-Tsipras parlassero di Grecia, e poi di fatto gli unici a parlarne a modo nostro, molto mal sopportati, siamo stati noi!).
Le motivazioni che gli amici italiani di Tsipras portano a sua difesa sono davvero notevoli. La direttrice del “manifesto” N. Rangeri ad esempio, invita i giovani greci a seguire il ‘loro leader’, mostrandosi ‘consapevoli dell’impossibilità di praticare la via della giustizia sociale in un solo paese’. L’invito non potrebbe essere più chiaro: rassegnarsi all’accaduto. Almeno fino a quando non si sarà formata in Europa, via sacre elezioni, una coalizione di governi neo-keynesiani. Quindi l’invito a rassegnarsi è a tempo indeterminato. “Tristemente, è la sola cosa che si poteva fare”, gli fa eco il capo di Podemos Iglesias, che sarebbe il primo indiziato a far parte di una tale immaginaria coalizione, e approva invece in pieno la decisione del governo greco. L’unica possibilità di far qualcosa di meglio, aggiunge, è quella di “torcere il braccio ai social-democratici e fargli cambiare campo”. Come se i socialdemocratici non si fossero schierati ovunque, strutturalmente, da decenni (per non andare più lontano nel tempo), a favore delle politiche salva-stato e salva-capitale: anche a costo di essere defenestrati a lungo dal governo, come la SPD di Schroeder in Germania, o di scomparire addirittura, come il PASOK di Papandreu in Grecia. Altrimenti? Altrimenti, minaccia Iglesias, la sola alternativa sarà quella di Marine Le Pen e dell’alleanza con la Russia, “alba della terza guerra mondiale” (sic). Qui siamo al terrorismo verbale pro-memorandum! E prima ancora di andare al governo, se mai ci andranno…
“O mangiate questa minestra, o andate giù dalla finestra”, avrebbero detto i ministri dell’economia a Varoufakis (secondo la sua testimonianza). “O mangiamo questa minestra, o andiamo al disastro e alla guerra”, rincarano la dose gli oppositori “di sinistra”, socialdemocratici (e anche meno) dei poteri forti dell’imperialismo europeo. Nessuna via d’uscita alla interminabile crisi del lavoro e del movimento operaio verrà da loro. Organizzatori di disfatte, costoro sono anche giustificatori di disfatte.
Lo sono altrettanto quelli che, assumendo a “male assoluto” il nazi-fascismo, si schierano per il sostegno, magari critico, a Syriza perché la sua sconfitta aprirebbe la strada alla temibile ascesa di Alba Dorata. Sennonché si tratta di un ragionamento ‘a rovescio’ da rovesciare. Perché è proprio l’illusione seminata da Tsipras e Co. di poter uscire dalla drammatica situazione in cui è piombata la massa delle classi lavoratrici in Grecia attraverso una via ordinaria e pacifica di dialogo e trattative con i padroni del debito di stato che ha aperto la strada alla disfatta della stessa Syriza e, quel che conta per noi, allo scompaginamento del movimento di lotta. Ed è esattamente questa la situazione nella quale Alba Dorata può veder crescere la propria credibilità, come forza ‘radicale’ che non si è compromessa con i grandi poteri globali che vogliono strangolare la Grecia.

Anche qualche compagno di fede non socialdemocratica obietta: è vero, verrebbe voglia di farlo, ma non è il caso di prendersela tanto con Tsipras e i suoi. Loro hanno solo assecondato la legge del minimo sforzo delle masse lavoratrici, la loro speranza di poter evitare nuovi sacrifici con il semplice ricorso al voto. Quindi, a esser obiettivi, è con l’arretratezza, la moderazione, la debolezza, la scarsa fiducia in sé dei lavoratori greci che bisognerebbe prendersela. Dopotutto, in Grecia non c’è né una situazione rivoluzionaria, né pre-rivoluzionaria. Alt! Che in Grecia il movimento di massa anti-memorandum fosse negli ultimi anni rifluito, e proprio nella direzione di una delega data col voto a Tsipras e Syriza a trattare con i padroni del debito esterni e interni restando nell’euro, è un dato di fatto. Lo è altrettanto che in Grecia non ci sia stata neppure negli anni più caldi (2010-2012) una situazione pre-rivoluzionaria, ma solo un contesto di diffusa e viva conflittualità sociale. Il problema che poniamo, però, è: Syriza ha sollecitato o ha scoraggiato la mobilitazione di massa, la resistenza, l’auto-organizzazione, la radicalizzazione delle classi lavoratrici? ha contrastato o ha alimentato le illusioni presenti tra i lavoratori verso un'”equa trattativa” con i signori dell’euro e del debito di stato? ha raccolto la spinta venuta dal no al referendum (una spinta che è stata anche di piazza se è vero che a piazza Syntagma il 5 luglio c’è stata la più imponente manifestazione politica degli ultimi decenni) o l’ha dispersa? La risposta è inequivocabile. Riguarda anche, in modo diverso e articolato a seconda delle tante componenti, la sinistra interna a Syriza. E non la si può aggirare sostenendo che i partiti politici sono il mero, passivo riflesso dello stato delle classi o delle frazioni di classe che li generano. La storia delle società moderne mostra che questa è una solenne sciocchezza; che, nel caso specifico, occulta e assolve il ruolo disfattista e smobilitante svolto da Syriza e dalle forze syriziane del ‘riformismo’ europeo.
(Inconsistente è la meccanica negazione di questa posizione attraverso la tesi secondo cui il nodo decisivo sarebbe sempre e comunque quello della direzione politica, a prescindere, in fondo, dalle condizioni ‘esterne’ e dal livello dell’attivizzazione e dell’organizzazione delle masse sfruttate. Il giochino è pressappoco il seguente: si suppone una situazione che non c’è, e si ‘ragiona’ sui suoi possibili sviluppi, cioè sugli sviluppi di una situazione che non c’è, supponendo che ci sia una direzione politica all’altezza della situazione che non c’è. Nessuno può superare il PCL in questo genere di esercitazioni propagandistiche da accademia. Non ci servono fiction nelle quali applicare meccanicamente indirizzi di azione di situazioni passate a situazioni presenti da quelle assai diverse. La dura realtà da affrontare è che oggi, anche in Grecia, un’avanguardia rivoluzionaria sarebbe di necessità una piccola entità che non potrebbe certo essere al governo e manovrarne le leve. Sarebbe invece chiamata a caratterizzarsi fortemente nelle masse lavoratrici per le sue posizioni e la sua autonomia, e ad utilizzare le acutissime contraddizioni che la crisi e i memorandum hanno generato per accompagnare e ‘guidare’ il loro processo di liberazione dall’illusione di poterne venire fuori con programmi e metodi riformistici.)

Gli ‘strateghi’ del nazionalismo anti-tedesco
Sostegno al governo Tsipras, o giustificazione del suo operato… Ma l’extra-sinistra italiana ha fatto anche altro: ha approfittato della vicenda greca per rilanciare in chiave ‘sociale’ un putrido nazionalismo anti-tedesco. A stare a certe versioni, infatti, la colpa dei vecchi e nuovi diktat alla Grecia sarebbe essenzialmente, se non esclusivamente, della Merkel e di Schäuble in quanto primi curatori degli interessi di supremazia (“il ruolo padronale”) della Germania in Europa. Abbiamo letto frasi di questo tipo: “Il problema non è la Grecia, ma l’Europa e nello specifico la Germania”, oppure: “il diktat imposto alla Grecia non ha alcuna razionalità economica (!!!), ma è frutto di una modalità nazista di reagire a chi si ribella: colpirne uno per educarne 100” (è sempre Ferrero di Rifondazione). Il florilegio di simili bestialità con un chiaro sfondo razziale anti-tedesco non si limita ad un singolo; caratterizza invece larghissima parte della extra-sinistra italiana, nella quale è senso comune che non esistano due Germanie distinte e oggettivamente antagoniste tra loro, ma una sola, “eterna”, Germania, votata per sua natura alla sopraffazione, al dominio. Va da sé che dentro l’Unione europea la Germania ha un peso specifico maggiore di qualunque altro paese e che per l’Unione europea la sola possibilità di essere un attore (imperialista) protagonista della economia e della politica internazionale, un “soggetto della storia mondiale”, è di ristrutturarsi e accentrarsi intorno a questo nucleo centrale solido costituito dalla Germania e dai suoi stretti alleati-satelliti. (Grottesca è la tesi circolante in ambienti stalinisti secondo cui l’ascesa dell’imperialismo tedesco porterebbe alla decadenza dell’Europa – non imperialista?). Altrettanto evidente è che, come in tutti i rapporti tra paesi capitalistici, i paesi più piccoli subiscono la forza preponderante di quelli più grandi, per cui c’è anche un elemento di sopraffazione nazionale nel fatto che il parlamento tedesco voti il suo sì al nuovo prestito alla Grecia solo il giorno dopo la decisione del governo Tsipras di cedere al gruppo tedesco Fraport 14 aeroporti regionali alla modicissima cifra di 1,23 miliardi di euro. Ma è curioso si dimentichi che: 1) beneficiaria dell’accordo-svendita è al contempo la società greca del settore energetico Copelouzos, così come altre grandi imprese greche stanno profittando dei processi di privatizzazione avviati o in cantiere – il che mostra, nel caso specifico e in generale, la cointeressenza tra capitale straniero e capitale greco sulla pelle dei proletari e lavoratori greci; 2) che beneficiari del nuovo memorandum, in termini di interessi sui prestiti, accesso al mercato greco e alla fetta di mercato globale occupata dal capitale greco, ai beni di stato greci, saranno – pro quota – anche Italia, Francia, Spagna, etc., benché la loro quota sia inferiore a quella dell’azionista di maggioranza tedesco. Tanto per dirne una: chi trarrà vantaggio dalle mazzate fiscali assestate ai piccoli coltivatori agricoli greci o alle strutture turistiche del paese? Non saranno forse in primo luogo i paesi del Sud Europa, diretti concorrenti della Grecia in campo agricolo e turistico, e i loro bravissimi, non padronali, non suprematisti, non nazisti, piccoli, medi e grandi capitalisti?
E, inutile dire, in nome della lotta al ‘revanscismo sciovinistico tedesco’ e in difesa della ‘sovranità violata’ della Grecia (e dell’Italia che si sente minacciata dalla protervia teutonica), ecco la ricetta risolutiva: “un nazionalismo democratico, lavorista, solidarista e anti-razzista diametralmente opposto” a quello reazionario di Salvini (parole di Dino Greco, ex- Fiom, esponente anch’egli di Rifondazione). Il nocciolo sta nel sostantivo: nazionalismo. Tutto il resto è di abbellimento. È lo stesso nocciolo di tutti i ragionamenti che, a partire dal caso greco, propongono una Europa “alternativa” a quella a guida tedesca, nella quale i singoli paesi recuperino margini di ‘autonomia’ e di ‘sovranità nazionale’ denunciando uniti il ‘ruolo neo-coloniale della Germania’. Questa “alternativa”, che (guarda un po’ la coincidenza) fa l’occhiolino alle critiche anglo-americane al ruolo della Germania, sponsorizza un funesto ritorno all’indietro, all’Europa giungla di nazionalismi e ‘mattatoio del mondo’ (Hegel). Mentre ciò di cui necessitiamo è una marcia in avanti verso la fraternizzazione e la solidarietà militante tra i proletari di tutte le nazioni europee e i proletari immigrati nella lotta comune contro l’Europa capitalista e imperialista, spietata rapinatrice neo-coloniale dell’Africa e del Medio Oriente (per tacere del resto), nella lotta per la rinascita del movimento di classe riorganizzato su basi internazionaliste, liberato dalla peste del nazionalismo. Sia di quello che si presenta per ciò che è, sia di quello che si camuffa maldestramente dietro ‘begli’ aggettivi come un calvo sotto il parrucchino malmesso.

In questa semina di nazionalismo ‘sociale’ un posto particolare lo ha la Rete dei comunisti. Questa formazione critica Tsipras per avere scelto una ‘opzione sbagliata’, quella di trattare con la Troika sulla base del presupposto di restare in ogni caso nell’euro. E oppone a questa scelta due diverse ‘opzioni’, entrambe intrise di nazionalismo – ‘sociale’, ben s’intende.
La prima: rivolgersi ai Brics, e percorrere fino in fondo questa via, o almeno far ‘valere la minaccia’ di percorrerla in modo convincente. In realtà, premuto dalla corrente di Lafazanis, Tsipras un sondaggio del genere l’ha fatto, senza successo. Perché la Russia, alle prese con serie difficoltà economiche e con la guerra in Ucraina in corso, non è in grado di sostenere, sul piano finanziario, diplomatico e militare, un’uscita della Grecia dall’euro e, in prospettiva, dalla Nato – a questo, in fondo, porterebbe il percorrere fino in fondo la via verso Mosca. Neanche a parlarne, poi, per Brasile, Sud-Africa e India. Ma anche la Cina ritiene un’ipotesi del genere troppo arrischiata, non percorribile. Comunque c’è un piccolo particolare di cui gli ‘strateghi’ della Rete non fanno cenno, freschi come sono della firma apposta sotto un altro accordo-capestro, quello sul testo unico sulla rappresentanza sottoscritto da Cgil-Cisl-Uil: quando i capitali cinesi hanno messo piede in Grecia al Pireo conquistando un paio di moli, hanno immediatamente abbattuto i livelli di occupazione e i salari dei portuali, che sono scesi in sciopero contro la cinese Cosco. Cosa, allora: salvarsi dalla padella (l’UE) per cadere nella brace di un ‘altro modello-soggetto capitalista’ (espressione della Rete), notoriamente fondato su standard salariali e di diritti dei lavoratori decisamente inferiori a quelli europei e greci? Questa è geo-politica (statale, borghese), più o meno fantasiosa e disastrosa, non certo una politica di classe.
La seconda opzione by Rete dei comunisti, prevede che la Grecia esca dall’eurozona e avvii, come avanguardia del Sud Europa, la costruzione di “un’area politico-economica Euromediterranea che, sull’esempio dell’ALBA latino-americana, sia alternativa all’Unione europea.” Spalmateci sopra quantitativi industriali di salse ‘progressive’ e ‘popolari’, insaporite il tutto con aromi di “democrazia popolare e partecipativa”, aggiungete due cucchiaini di “transizione al socialismo”, resta un fatto incontrovertibile: ciò che si propone è un blocco di paesi e di stati “euro-mediterranei”, una “libera comunità di stati” (stupenda definizione autografa!), impegnata in una competizione perfettamente capitalistica con la residua Unione Europa incentrata sulla Germania. Sud Europa (ovviamente con le colonie africane annesse) contro Nord Europa. Con la ‘nostra’ Italia a fare da guida della nuova cordata di paesi e stati ‘progressisti’ (maledetto progresso!, se questo è), dal momento che l’Italia, per la sua struttura industriale e finanziaria e per l’entità della sua popolazione, sarebbe la Germania di questo blocco del Sud, e la piccola e debole Grecia sarebbe spinta in avanti a fare da cavia a ‘nostro’ (dell’Italia) vantaggio. E all’interno dei singoli paesi del blocco del Sud, un blocco sociale ampio con dentro anche la ‘borghesia produttiva’ e i ‘ceti medi produttivi’, considerati, dio solo sa perché, la parte ‘buona’ della borghesia, distinta se non contrapposta al capitale finanziario (il capitale cattivo). Non dunque un’alternativa di classe in Grecia, in Europa, nel Mediterraneo, bensì una alternativa capitalistica e imperialistica (di secondo rango) alla Unione europea di oggi, nel quadro di una messa in concorrenza ancora più accesa di oggi tra i lavoratori del Sud e i lavoratori del Nord dell’Europa. Un’altra opzione per il disastro!

Del resto, per questi ‘strateghi’ da strapazzo il soggetto di riferimento in Grecia è il popolo greco nella sua indifferenziata unità di classi che fanno a cazzotti tra loro. Questo vale anche per la quasi totalità delle prese di posizione dell’extra-sinistra italiana sulle vicende greche. Popolo greco? e chi è costui? L’unità indifferenziata di armatori (titolari del 39% del tonnellaggio europeo di navi mercantili), grandi capitalisti, banchieri (le grandi banche greche sono delle vere sanguisughe sul corpo delle classi lavoratrici dei Balcani), grandi proprietari terrieri (a cominciare dai vescovi della Chiesa ortodossa greca), alte gerarchie dell’esercito e dei ministeri, autorità di governo, imprenditori, ceti professionali privilegiati (manager, ingegneri, medici, architetti, avvocati, etc.); tutti costoro messi insieme con i pensionati a 300 euro il mese, i disoccupati, gli operai, i licenziati, gli 800.000 salariati e salariate che non ricevono il loro salariato da 1 fino a 18 mesi, i maestri, i giovani costretti in massa ad emigrare, i piccoli contadini, etc.? C’è da trasalire a vedere usata questa categoria, “popolo” – ormai quasi inservibile anche per i paesi dominati dall’imperialismo, data la crescente differenziazione di classe avvenuta al loro interno – per un paese che per quanto minore e impoverito, è comunque parte di un polo imperialista e si collocava nel 2012 al 25° posto nel mondo per ‘indice di sviluppo umano’. La questione non è di lessico, né semplicemente di bovina mancanza di scientificità, e di elementari conoscenze della società greca: è che nella testa di molti “extra-parlamentari” (con il parlamento al centro del cervello) lo scontro di classe in atto in Grecia è visto in modo falsante come se fosse essenzialmente uno scontro tra paesi, Germania contro Grecia, o Europa germanica contro Grecia, e non come essenzialmente uno scontro tra classi, tra il capitale globale (incluso quello greco) e i lavoratori (non solo greci) della Grecia e dell’Europa. Le loro ricette ‘alternative’ a quelle di Tsipras e di Syriza prevedono che i lavoratori siano sempre e comunque donatori di sangue per la ripresa di autonomia, di sviluppo, di forza delle rispettive nazioni, delle rispettive economie nazionali, dei rispettivi capitalismi, sempre e comunque classe oppressa, mero strumento nelle mani della classe dominante. Che chiamino in causa o meno il socialismo (meglio se non lo fanno), la “giustizia sociale”, la democrazia popolare o progressiva e altre chimere, le albe che questi accorti ‘strateghi’ prospettano non sono certo albe di liberazione degli sfruttati. Comunismo? Neanche l’ombra nel trentunesimo secolo. Questo passa il convento togliattiano… e dovete accontentarvi perché “solo questo è possibile”. Tutto il resto, e anzitutto la rivoluzione sociale da Marx tracciata, è pura utopia.

Terza questione: e ora? Cosa ne seguirà per Syriza e il conflitto di classe in Grecia? e qui da noi?
Nonostante la resa di Tsipras e l’accelerata mutazione di Syriza in un partito pro-memorandum, la “questione greca” rimane, però, completamente aperta. Anzitutto perché per le classi lavoratrici il peggio deve ancora venire. Il terzo memorandum, infatti, accentuerà gli effetti dei due precedenti in un contesto di riaccensione della recessione e di ulteriore crescita del debito di stato (era al 100% del pil nel 2006, al 175% nel 2013, toccherà forse il 206% nel 2017) in una perversa spirale di crescita della disoccupazione, della povertà e dei ‘sacrifici’ necessari per risanare le finanze dello stato ulteriormente appesantite dalla recessione e dai nuovi debiti. Ed anche perché dei fondi dei nuovi prestiti ‘concessi’ alla Grecia pressoché nulla potrà essere impiegato a sostegno del lavoratori salariati in attività, disoccupati o in pensione (il 95% della prima tranche è già rientrato nelle casse dei creditori, senza mai… uscirne). Per contro procederà inesorabile il piano delle privatizzazioni e delle cessioni di attività ai creditori che da 40 anni in qua ha provocato dovunque nel mondo distruzione di posti di lavoro e di diritti dei lavoratori. E gli obblighi di avanzo primario andranno crescendo fino al 3% nel 2017, e al 3,75% negli anni successivi: lacrime e sangue!
È quanto mai improbabile, poi, che le imminenti elezioni, ad appena 8-9 mesi dalle precedenti, portino stabilità politica. È questo il sogno di Tsipras, ma dubitiamo che diventi realtà. La Syriza 2.0 che si presenta ora come affidabile partito di governo, che ha firmato la resa ma promette di riuscire ad ammorbidirne le conseguenze sugli strati popolari più impoveriti, ha perso molto credito nella componente più combattiva del No al referendum e delle precedenti lotte. E, nonostante gli sforzi fatti dal Tsipras ‘pompiere’ e ‘realista’, non ne ha guadagnato altrettanto nella borghesia greca e europea. Se si tratterà di imporre con pugno di ferro le nuove ‘riforme’; se si tratterà di impegnarsi senza riserve nella guerra dell’Unione europea agli emigranti dall’Africa e dal Medio Oriente; se si tratterà di fare propri i piani d’azione militari della Nato e di Israele in quelle stesse zone, nei Balcani e verso la Russia; e di questo si tratterà nei prossimi anni; i circoli del capitale che tutto decidono preferiranno affidarsi ad altre formazioni politiche e altri ‘personaggi’, magari ancora in gestazione. Per loro, la ‘nuova’ Syriza è una semplice soluzione transitoria, da ridimensionare e affondare il prima possibile. La sottoscrizione dei diktat della Troika, i 54 arresti del 15 luglio, il brutale trattamento dei richiedenti asilo da parte della polizia, l’accordo militare strategico con Israele siglato poche settimane fa da Kammenos, sono stati per il governo Tsipras buoni biglietti da visita per accreditarsi nelle alte sfere, ma non bastano a fare di Tsipras il cavallo vincente dei grandi trafficanti del debito di stato.
Nello stesso tempo, poiché Syriza conserva tuttora un significativo seguito trasversale alle classi sociali medie e ai salariati; poiché il partito storico della destra greca (Nuova Democrazia) appare ancora malcerto sulle gambe; poiché i nuovi partiti di centro stentano a decollare ed è ancora presto per sdoganare Alba Dorata; può determinarsi la necessità di un governo di unità nazionale intorno a Syriza, o con Syriza dentro, nel quale le destre abbiano un peso ancora maggiore, o addirittura maggioritario. Oppure una fase di instabilità e perfino di caos politico che, retroagendo sulla nuova recessione in arrivo per effetto delle misure di attuazione del terzo memorandum, potrebbe far precipitare la crisi greca verso scenari di crisi economica e di scontro sociale ancora più tesi e drammatici di quello presente. Del resto, le imminenti elezioni sono le quarte in tre anni e mezzo… e non bisogna dimenticare che sul possibile ulteriore disastro greco volteggia sinistro l’avvoltoio globale Obama, evocato come un salvatore dal Galbraith amico di Varoufakis, guarda te!: “Se l’Europa fallisce, possono muoversi gli Stati Uniti”. E se davvero gli Stati Uniti si muovessero, altro che “ritrovare il sogno di una prosperità condivisa nella democrazia”, di cui va straparlando lo stesso Varoufakis tra una sgommata e l’altra!
Che ruolo svolgerà, in questo contesto, la neonata Unità popolare con a capo Lafazanis? Quello di un polo di riferimento per una parte dello scontento ‘popolare’, sì, ma non quello di un’opposizione di classe alla Troika, ai capitalisti greci e alla coalizione di governo che nascerà dalle prossime elezioni. Unità popolare, infatti, si presenta come il partito del No al referendum, ma declina quel No nella direzione dell’uscita dall’euro e del ritorno alla dracma allo scopo di ristabilire la sovranità monetaria e la sovranità nazionale. Questa scelta, sostiene, permetterà alla Grecia di “giocare un nuovo ruolo sulla scena internazionale, basato sull’indipendenza e la dignità, ben lontano dal ruolo di paria imposto dalle politiche neo-liberali dei memorandum”. Naturalmente, assicurano i capi di Unità popolare, una “ricostruzione nazionale” a misura di dracma permetterà uno spazio maggiore per la “giustizia sociale” e le aspettative dei lavoratori. Anche per UP, perciò, la nazione viene “prima” della classe lavoratrice, e le elezioni vengono “prima” delle lotte. Si tratta di un impossibile ritorno indietro alla ‘vecchia’ Syriza, sulle sue stesse riformistiche e friabili basi. Nuova formazione politica, vecchie canzoni. Senza nessun serio bilancio delle radici della resa di Tsipras da parte di Lafazanis (nelle frazioni minori e più combattive della ex-sinistra di Syriza affiorano elementi di autocritica, su cui abbiamo, però, al momento troppi pochi elementi a disposizione per poterne qui discutere). Senza alcuna pretesa di avere in tasca la soluzione giusta, il passepartout per aprire tutte le porte, poiché veniamo tutti da una sconfitta storica che ci ha segnati, va rilevato, però, che i fatti hanno mostrato quanto fosse irrealistica la prospettiva di realizzare una radicalizzazione di Syriza. E quanto lo fosse ipotizzare una lunga permanenza in essa senza farsi paralizzare e disorganizzare da tale appartenenza. Ancora una volta l’entrismo non ha pagato, e dubitiamo assai che se non ha pagato in Syriza, possa pagare dentro UP – se verrà riproposto.
Su quanto e come l’uscita dall’euro e il ritorno alla dracma possano spianare la strada a un radioso avvenire, circolano tante favole. La più puerile di tutte l’ha raccontata l’esperto Lapavitsas su “Le monde diplomatique” del luglio 2015. Egli parla addirittura di “un’occasione storica” per il riscatto e lo sviluppo della Grecia, come se uscendo dall’euro si potesse sfuggire alle ferree leggi del mercato mondiale. Nei fatti sia il ‘ragionamento’ di Lapavitsas che quelli interni a Unità popolare, anch’essi centrati sul ruolo decisivo di una nuova-vecchia moneta, prescindono: 1) dai caratteri generali del capitalismo, in cui produzione e finanza sono inseparabili, e la moneta non ha mai avuto un ruolo decisivo; 2) dai caratteri specifici dell’economia greca, dalla sua ‘extraversione’; 3) dallo scontro di classe in Grecia. Quisquilie, quindi. Se il controllo dei capitali, o le nazionalizzazioni che si ritorna a ventilare, fossero così semplici da realizzare una volta preso in mano il governo, a prescindere dall’estrema intensificazione dello scontro di classe, come mai non se ne è fatto nulla con la sinistra di Syriza al governo e i tanti suoi deputati in Parlamento (incluso lo stesso Lapavitsas), ma al contrario, in particolare l’emorragia di capitali, è continuata come se nulla fosse? In realtà, come ha scritto una compagna argentina, a bocce ferme, “la scelta tra restare dentro l’euro e l’uscirne al modo suggerito da Lapavitsas è come la scelta tra il patibolo e la sedia elettrica”. E ha ancora ragione quando sostiene che qualsiasi “programma economico alternativo” a quello proprio di Tsipras e Co. (centrato su nazionalizzazioni, attacco alla proprietà del grande capitale, radicale riforma fiscale progressiva, costituzione di un’unica banca nazionale, etc.) deve essere visto come una questione di classe. Cioè, in tanto può acquistare un senso e un peso concreto in quanto sia fatto proprio dalla classe lavoratrice e dai settori impoveriti della società greca rimessisi in moto per l’affermazione dei propri bisogni e interessi. Insomma: non può esserci un “programma economico alternativo” senza una alternativa politica di classe. E una tale alternativa può marciare solo sulle gambe di una mobilitazione di massa più ampia, più decisa, più unitaria di quella che ha segnato la Grecia nel periodo 2009-2012. Questo è per noi l’aspetto decisivo, e non sembra essere al centro neppure della neonata coalizione elettorale tra Antarsya e l’EEK, organizzazioni che curiosamente iniziano il loro percorso di collaborazione proprio dal terreno elettorale.
La scelta di Tsipras ha colpito in fronte il moto di resistenza alle politiche di impoverimento di massa, già indebolito dopo la metà del 2012. Non ha senso alcuno nascondersi che il movimento di massa anti-referendum è all’oggi stordito, sbandato, sconcertato, sfiduciato dagli avvenimenti degli ultimi mesi. E anche alle elezioni del 20 settembre si dividerà sul piano politico tra l’astensione, che guadagnerà ulteriore terreno, il voto a Syriza, il voto a UP e ai gruppi minori, senza che si possa escludere che alcune componenti meno coscienti di esso vengano attratte dalla demagogia di Alba Dorata, che punta sul rifiuto delle privatizzazioni e sul nesso moneta-indipendenza nazionale. Un’altra complicazione è che una fetta della classe operaia dell’industria, specie la più anziana, resta abbarbicata intorno al KKE, a sua volta capace di coniugare il richiamo al “socialismo scientifico” (in versione Stalin) con un “profondo patriottismo”.
Le prossime elezioni saranno un test del punto in cui è giunto il tentativo di ri-aggregazione delle forze capitalistiche intorno a Nuova Democrazia, da un lato, e dall’altro sul punto a cui è giunto il processo di disgregazione e rinculo delle forze sociali e politiche che hanno costituito fino a luglio scorso il nerbo della lotta ai referendum. Se le elezioni daranno il risultato sperato dalla Troika, ci potrà essere, forse, un qualche, modesto taglio del debito totale greco, o il suo riscaglionamento, ventilato dallo stesso Schäuble. Ma anche in questa ipotesi, per i lavoratori gli ulteriori sacrifici e la riduzione ulteriore dei diritti e delle libertà di organizzarsi sono assolutamente certi. Non ci sarà alcuna “onesta trattativa” con i creditori, ma altri capitoli del supersfruttamento dei lavoratori – inclusi i piccoli contadini messi nel mirino della Troika, atto terzo. Con un ulteriore sprofondamento della condizione operaia, proletaria, giovanile.
Quale che sia il risultato elettorale, davanti alle misure applicative del terzo memorandum che scatteranno a breve, i lavoratori non avranno altra alternativa che difendersi, riprendendo ed intensificando la lotta contro i poteri forti capitalistici, esterni/interni che li stanno strangolando. E rivolgersi ai lavoratori degli altri paesi europei che sono alle prese con attacchi dello stesso segno di classe, benché non identici nella durezza. Non c’è, a nostro avviso, un’altra via da battere per quanto arduo sia percorrerla. E per noi qui la solidarietà incondizionata da portare ai nostri fratelli di classe della Grecia, greci di nascita o immigrati, comporta l’impegno politico a sollevare anche qui il tema del disconoscimento del debito di stato, in quanto debito di classe, a incitare alla lotta autonoma contro i padroni del debito e il loro governo Renzi, a rivendicare misure radicali coercitive contro i capitalisti e le banche. In assenza di questa ripresa della lotta autonoma della massa dei lavoratori, in Grecia, in Italia, in Europa, non può esserci alcuna inversione di tendenza.

15 settembre 2015
La redazione de “il cuneo rosso”

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