Jobs Act: breve report su attivo del 13/3…

2015_03_13_jobs_actL’iniziativa sul Jobs Act di venerdì 13 (qui locandina evento) ci ha dato l’opportunità, dopo mesi di ciance parlamentari e non – di sondare con mano la portata dello sforzo legislativo in materia di lavoro dell’attuale esecutivo e, in particolare, come questo si traduca in termini di arretramento e attacco alle condizioni di vita e lavoro di milioni di proletari. Il tentativo della giornata e dell’iniziativa era, e rimane, quello di tenere assieme diverse dimensioni e livelli di ragionamento.
Da una parte, dopo l’approvazione degli ultimi decreti attuativi, sentivamo il bisogno di fare il punto sull’articolato processo ed entrare nella tecnicalità della materia.
L’analisi dei due decreti legislativi – n. 22 e n.23 del 4 marzo 2015 , in attuazione della legge delega 183/2014 – ci ha quindi permesso di valutare il raggio d’azione del complessivo pacchetto di riforma, la consistenza dell’accelerazione rispetto quello che era stato l’intervento della riforma Fornero, il perimetro del mutato ambito normativo/giuridico in cui come compagni e militanti occorrerà muoversi dentro e fuori i posti di lavoro.
Data l’ampia partecipazione dei tanti compagni lavoratori e delegati del sindacato di base l’analisi dei decreti ha voluto anche essere occasione per fornire a chi svolge quotidiana attività politica e sindacale strumentazione e competenza tecnica per portare avanti – anche sul piano legale – questo lento lavoro di tessitura con e tra lavoratori, a partire dalle esigenze – anche minime, anche “arretrate” – che essi pongono e da cui occorre partire. Abbiamo, da questo punto di vista, ritenuto utile soffermarci sulla nuova disciplina del licenziamento, analizzando le diverse casistiche sulla reintegra (ormai limitata al solo licenziamento disciplinare, o in forma orale, oppure in caso di insussistenza del fatto materiale) e sul risarcimento (le cosiddette “tutele crescenti), fino a passare in rassegna la nuova disciplina degli ammortizzatori sociali, con l’introduzione della NASPI, dell’ASDI e del DIS. COLL. Operazione, ci pare, riuscita data l’attenzione e le svariate domande che lavoratori e delegati hanno voluto porre, nel tentativo di smontare retorica e narrazione dominante attorno al pacchetto di riforma.
D’altra parte, invece, avevamo necessità di non affogare nel tecnicismo, il tentativo di un primo bilancio politico e di analisi della fase che si apre. Con spirito materialistico si trattava – e si tratta – d’immergere l’intero dispositivo di riforma nella materialità della battaglia politica e nello scontro di classe – purtroppo, molto spesso a senso unico – che si è andato a sviluppare in questi mesi e in questi anni. La parte introduttiva dell’iniziativa, come il breve dibattito finale, hanno teso a evidenziare tali elementi, in una prospettiva dove il famigerato Jobs Act non inventa niente che la pratica dei rapporti sociali non abbiano già posto all’ordine del giorno, diventando, in questo senso, ratifica e cristallizzazione degli attuali rapporti di forza tra le classi. Una fotografia dell’attuale scontro di classe, dove a una classe lavoratrice sfilacciata, stordita, sfiduciata che rincula, fa da contraltare un fronte padronale arrembante nella difesa – fuori e dentro al paese – dei propri margini di profitto erosi dall’inceppamento del processo di valorizzazione capitalistica. E’ dentro questa prospettiva, e all’interno di questo contesto – che si colloca il complessivo pacchetto del Jobs Act che tenta di lavorare in una duplice direzione.
Da una parte, diminuzione oggettiva delle tutele, degli strumenti legali a difesa della forza lavoro, della discrezionalità in mano ai padroni; dall’altra un tentativo di ridimensionamento del ruolo della magistratura, limitando sempre di più la sua funzione interpretativa, ma amplificandone il mero ruolo esecutorio (evidente ciò nella nuova disciplina sul licenziamento). Dinamica che mettendo in risalto l’attuale debolezza della classe lavoratrice, evidenzia, al contempo, la tendenza all’andarsi a chiudere di tutta una serie di terreni e soggetti di mediazione e con essi le illusioni ancora maggioritarie in larghe fette di classe operaia, dove la difesa delle proprie condizioni di vita e lavoro poteva ancora essere individuale, atomizzata, esclusivamente legale, demandata ad avvocati, giudici, professionisti della conciliazione, ecc. Tutto questo vecchio mondo viene spazzato via e rimane l’arbitrio del padrone e la logica della forza. Condizioni materiali e oggettive su cui è possibile ricominciare a ricostruire un arbitrio e una forza operaia, autonoma e contrapposta a quella padronale. L’iniziative come quella di venerdì reputiamo svolgano un importante ruolo nella collettivizzazione di tutti questi ragionamenti, tenendo insieme i diversi livelli e dimensioni della questione.

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