Londra, sciopero bus: stesso lavoro, stesso salario!

bus-strikeEsplosiva la lotta degli autisti dei bus londinesi che rivendicano un contratto unico per tutti. Di seguito, corrispondenza da Londra di una nostra compagna. Stiamo nel frattempo traducendo alcuni comunicati e articoli del sindacato UNITE!, promotore della lotta e dei picchetti, che appena possibile pubblicheremo.

Il 13 Gennaio Londra è stata bloccata da un massiccio sciopero degli autisti degli autobus, con una mobilitazione che ha coinvolto il 70% dei lavoratori per ben 24 ore, producendo un sostanziale blocco della circolazione in tutta la città e picchetti davanti alle rimesse.
Lo sciopero, il secondo in due settimane (il primo si è svolto il 29 dicembre), è stato indetto dalla UNITE, sindacato che rappresenta circa 27mila lavoratori dei trasporti in tutta Londra.
Le motivazioni che hanno spinto migliaia di lavoratori a scioperare compatti sono molteplici, ma tutte sono diretta emanazione di una politica del lavoro che non può essere in alcun modo considerata esclusivamente inglese, ma che anzi ha molto in comune con ciò che negli ultimi anni stiamo vivendo in Italia a seguito delle dinamiche internazionali della crisi.
Le rivendicazioni che gli autisti londinesi stanno portando avanti sono una prima dura risposta alla strategia di attacco ai lavoratori che il governo inglese, sul piano del pubblico impiego, e padronato, sul piano della specifica situazione dei lavoratori dei trasporti, stanno conducendo ormai dai anni e che rischia una ulteriore intensificazione.
Partendo dalla situazione particolare degli autisti dei bus londinesi, la privatizzazione del servizio, iniziata a metà degli anni ’80, ha dato vita alla surreale condizione per cui migliaia di lavoratori, nonostante si trovino a svolgere lo stesso identico lavoro, ricevono salari diversi a seconda della compagnia da cui vengono assunti. Attualmente a Londra esistono 18 compagnie di autobus che servono la capitale, e ognuna di queste applica un contratto differente, con salari che arrivano a differire, da una compagnia all’altra, fino a 3 sterline l’ora, dando vita in tutto a circa 80 contratti diversi tra loro.
Il rifiuto di sedere ad un tavolo di trattativa coi sindacati per arrivare alla stesura di un contratto collettivo, è stato poi seguito dalle voci fatte circolare dalle compagnie stesse che proseguire la lotta del sindacato per un contratto collettivo porterebbe ad un abbassamento generale dei salari. Tutto nel nome della classica strategia del divide et impera, attraverso lo scudo del “non ci sono i soldi”.
Ma che i soldi ci siano è chiaro a chiunque voglia leggere i bilanci delle compagnie stesse, i cui profitti amentano di anno in anno, a scapito di chi usufruisce del servizio, che si è visto aumentare vertiginosamente i prezzi nell’ultimo decennio, e ovviamente a scapito dei lavoratori.
Risparmiare sulla forza lavoro è sempre il mezzo preferito per il fine ultimo del profitto, per cui non c’è da stupirsi se il governo sta discutendo di un ulteriore abbassamento dei salari dei dipendenti pubblici e su una norma antisindacale per bloccare gli scioperi, norma che prevederebbe l’aumento al 40% della percentuale di approvazione dei membri del sindacato per poter indire uno sciopero nel settore pubblico. Proprio queste ultime novità sul piano del pubblico impiego, porteranno a fine gennaio ad una mobilitazione del reparto della sanità, mentre, sempre nel settore dei trasporti, si discute di ulteriori mobilitazioni ancora più dure (con la possibilità di indire nuovamente uno sciopero ma questa volta di 48 ore).
Lo sciopero del 13 gennaio non è stato importante solo per la riuscita effettiva del blocco cittadino, ma perchè l’alto tasso di partecipazione e la combattività con cui si intende proseguire sulla strada della mobilitazione rappresentano una risposta reale di classe al tentativo di governo e padronato di dividere la classe lavoratrice, tanto attraverso i mezzucci degli 80 contratti che pongono su un diverso piano salariale lavoratori che svolgono gli stessi identici compiti, tanto attraverso il mezzo della propaganda politica volta a scaricare sulle spalle degli immigrati le cause di una crisi tutta interna al sistema capitalistico.
Ancora una volta dunque, in Inghilterra quanto in Italia e così come nel resto dell’Occidente, la crisi impone alla classe dominante un’agenda fatta di repressione sindacale, attacco salariale e propaganda politica, sfruttando i molti mezzi a disposizione per dividere i lavoratori e risicare ulteriore profitto dalla forza lavoro.
L’elemento essenziale, che si distacca in positivo dalla normale e servile azione sindacale a cui decenni di concertazione ci hanno abituato, è la compattezza con cui gli autisti londinesi sono riusciti a schierarsi sotto la rivendicazione unificante di un contratto collettivo uguale per tutti.
Dire che questa crisi è dei padroni e sta a loro sostenerne il peso, non rappresenta nulla di speciale. Diversamente riuscire a ricollegare i lavoratori tra loro, ovunque ed in ogni settore, unirli sotto una comune rivendicazione unitaria, rappresenta una sfida e una risposta reale agli attacchi della crisi capitalistica, ed un passo fondamentale verso la presa di coscienza di classe; senza tuttavia dimenticare che la strada è lunga e ripida, la difesa economica dei lavoratori rappresenta un mezzo importante verso un fine ben più ampio: uscire dal pantano dello sfruttamento capitalistico.

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