Ucraina: un altro punto d’osservazione…

disfattismo_ucraina[Invito ragionato alla lettura dell’articolo “Né con l’Ucraina, né con la Russia” dell’organizzazione ceca Tridni Valka – Guerra di Classe]

O con Kiev o con le forze separatiste, appoggiate da Mosca. Apparentemente, sembrerebbe questa la strettoia obbligata, la polarizzazione oggettiva, attraverso la quale passare per affrontare politicamente e prendere posizione sulla guerra in Ucraina. Dopotutto, questo, è quello che ci racconta la propaganda martellante degli organi di stampa della grande borghesia “occidentale”, in appoggio al governo di Poroshenko, ma, di converso, è la stessa conclusione a cui giungono numerosi settori e formazioni della sinistra antagonista, di classe (o addirittura “comunista”) nell’argomentare la necessità del sostegno alle formazioni separatiste e, in definitiva, all’iniziativa russa nell’area.
Su questo ultimo versante “de sinistra“, poi, qualunque timida obiezione alla perentoria indicazione tattica, o il porre solo la questione – il dubbio – su quale debba/possa essere l’atteggiamento dei comunisti e delle avanguardie di classe di fronte al conflitto tra i due fronti imperialisti, si attira automaticamente ire e scomuniche. Atteggiamento settario, astratto, marginale, idealista. La lista potrebbe essere potenzialmente infinita.
L’appoggio (ma poi di chi, con quali mezzi, con quali forze, di quali strati di classe?) alle componenti separatiste, alle proclamate repubbliche popolari dell’est e l’alleanza tattica (che poi spesso si riduce a mero “tifo”) con la Russia gli unici margini di manovra possibili per incidere nelle contraddizioni inter – imperialistiche. Pena, dicono, cadere nell’attesa messianica di una rivoluzione da manuale, che non è mai esistita e mai esisterà. Poi, però, dal covare sotterraneo del movimento reale a volte zampillano in superficie alcune scintille che possono costituire potenziali elementi di rottura di quegli stessi schemi prestabiliti, “realistici”, “obbligati”, “tattici” dentro i quali si vorrebbe ricondurre e ingabbiare  la complessità sociale dello scontro di classe. Da questo punto di vista, le notizie che, da qualche tempo, circolano su episodi – tanto tra le file separatiste, quanto tra le file dell’esercito di Kiev – di diserzione, manifestazioni contro la guerra, tumulti contro l’invio dei soldati nelle zone calde, scioperi dei minatori pongono all’attenzione di tutti i compagni elementi, tendenze, energie sociali nascoste su cui ragionare attentamente. Per questo abbiamo voluto pubblicare e dare più risalto possibile all’interessante contributo del gruppo della Repubblica Ceca Tridni Valka (Guerra di Classe) che in maniera documentata fa una panoramica di questi episodi e fenomeni nell’ultimo periodo, con un’introduzione dei compagni che si sono occupati della traduzione del testo.
Ora, non possiamo dire quanto la panoramica fatta e gli episodi riportati possano essere stati esagerati e/o ingigantiti, sia dal punto di vista quantitativo che da quello qualitativo.
Il peso e la direzione sociale di tali fenomeni potrà essere ponderata e valutata solo nel corso degli eventi. Del resto, i repentini ribaltamenti di fronte nel conflitto armato ucraino – fino a qualche settimana fa l’esercito di Kiev aveva la vittoria in tasca, scoprendo poi, qualche giorno fa, come siano i separatisti a guadagnare terreno, per arrivare a qualche ora fa a notizie di cessate il fuoco –  dimostrano quanto la situazione sia fluida e potenzialmente esplosiva.
Di fronte a tale scenario, la riproposizione (fatta naturalmente passare come posizione realista, concreta, basata sull’analisi dei rapporti di forza) delle stantie logiche de “il nemico del mio nemico è mio amico” e degli schemi d’ingialliti partigianesimi e di frontismi popolari mostra tutti i limiti del caso.
Nel 1914, Lenin, di fronte allo scoppio della prima guerra mondiale e allo sfasciarsi del movimento socialista organizzato, ebbe capacità e lucidità di ragionare in prospettiva, individuando nel peggioramento delle condizioni di vita del proletariato che il conflitto avrebbe provocato, lo sgretolamento del fronte interno e la parola d’ordine del disfattismo rivoluzionario il piano su cui una prospettiva rivoluzionaria avrebbe potuto dispiegarsi.
A fronte delle accuse (settario, illuso, spia tedesca, ecc..) che gli furono rivolte e alle immense difficoltà del movimento operaio, la storia fu con lui più galante.
Oggi, siamo chiamati a mettere in campo la stessa capacità e la stessa lucidità. Ciò non significa, certo, la riproposizione automatica di schemi, formule e parole d’ordine che sono figlie di quel tempo; ma significa ricollegarsi a quella tradizione e quel metodo.
Ritornando alla questione ucraina, rispondere alla devastante prostrazione e debolezza cui il movimento operaio oggi è condannato, indicando come unica via salvifica la sottomissione “tattica” delle poche energie di classe all’imperialismo russo, all’oligarchia dissidente o alle componenti separatiste non solo non ci fa avanzare di un millimetro nella ricostruzione di una forza proletaria organizzata, ma evidenzia la mancanza di fiducia nelle energie e nelle potenzialità di cui la classe stessa è capace e che già oggi, in maniera certo parziale e frammentata, mostra. I numerosi scioperi dei minatori, l’opposizione al reclutamento, le manifestazioni contro la guerra sono indicative e, seppur marginali, non possono, con una superficialità disarmante, essere liquidate con due formulette mandate a memoria dal “manuale del giovane anti – imperialista”. Come intervenire su queste spinte, quali scenari aprono, quali compiti pratici pongono – qui, come in Ucraina – sono elementi su cui ragionare attentamente, senza modelli per tutte le stagioni e verità immutabili in tasca.


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Una risposta a Ucraina: un altro punto d’osservazione…

  1. rossano ha detto:

    Alcune precisazioni:
    1) Nella presentazione dell’articolo si dice: “Nel 1914 Lenin … individuando nel peggioramento delle condizioni di vita del proletariato … lo sgretolamento del fronte interno …”. Messa in tal modo sembrerebbe che il peggioramento delle condizioni del proletariato sia la condizione necessaria e sufficiente per la “prospettiva rivoluzionaria”. Tale accezione ha prodotto nella sinistra comunista vera e pretesa, una sciagurata accettazione dello slogan “tanto peggio tanto meglio”, con autorevoli richiami alla “rivoluzione spagnola”, ma anche alle più recenti ”primavere”. La realtà storica è piena di esempi in cui il peggioramento delle condizioni delle classi oppresse le ha ridotte al totale annichilimento per intere epoche storiche. C’è inoltre da aggiungere: quale borghesia non brigherebbe, e lo fa alla perfezione, per questo risultato dato che l’effetto più ceto ed immediato è la recessione, se non la cancellazione, di ogni coscienza di classe? Quindi l’uso e non l’auspicio di queste condizioni si riferisce al peggioramento sociale, non politico; pertanto alla presenza di un partito, coscienza organizzata, di rilevanza sociale che le sappia utilizzare.
    2) Nell’Ucraina sud-orientale ci sono condizioni di forte peggioramento di vita dei lavoratori, che l’organizzazione Guerra di Casse vede propizie per il disfattismo rivoluzionario, che non è, però, si dice giustamente, uno slogan da riprodurre nei diversi contesti, ma un elemento che ci deve far risalire al metodo che l’ha prodotto nelle specifiche condizioni di luogo e di tempo. Infatti una rapida occhiata alle richieste dei contestatori ucraini ci mostra che si tratta di una protesta “istintiva”, tendente a salvaguardare le condizioni pre-guerra, piuttosto che a sconvolgerle.
    3) Si pone giustamente il problema di come intervenire contro i famelici imperialismi che si stanno contendendo la zona, utilizzando occasionalmente mal sopite aspirazioni locali di paesi arretrati. Si è accennato, sopra, al “peggioramento delle condizioni” come un evento favorevole alla spinta in avanti della contraddizione insita nelle condizioni della produzione. Va precisato che il peggioramento dev’essere riferito alle condizioni dell’accumulazione del capitale, la cui legge generale fa operare la tendenza alla caduta del saggio di profitto cui il capitale risponde con controtendenze più o meno temporanee. E’ anche vero che compito dei lavoratori è resistere a quelle controtendenze che li riguardano direttamente, cioè al peggioramento delle proprie condizioni economiche, politiche e sociali. Sappiamo anche che “il nemico è in casa nostra” non è uno slogan ma un’inconfutabile realtà. Giustamente l’articolo di Guerra di Casse lamenta, o meglio denuncia, quella che è una pratica plurisecolare connessa al concetto di democrazia borghese: scegliere opzioni poste dal nemico; nel caso concreto scegliere con quali dei contendenti schierarsi, cui l’”asinistra” risponde prontamente, proiettandosi nelle barricate, dimentica di “casa nostra”. Proprio come nelle “primavere” islamiste e pan-arabiste. Se il nemico è in casa nostra, è qui e non altrove che dobbiamo combattere l’imperialismo, non nei teatri occasionali del suo intervento che, non va dimenticato, non cessa d’esserci se non assume ancora forme particolarmente evidenti come quelle politiche o militari. Come intervenire in casa nostra? Cioè come contrastare le controtendenze, di cui anche l’imperialismo, che il capitale che opera nel nostro contesto geo-politico scarica sui lavoratori qui presenti? Rafforzando e soprattutto diffondendo l’unica organizzazione qui presente, il sindacato di classe, in grado di esigere il passaggio, cioè il salto qualitativo, da temporanee e simboliche azioni “antimperialiste”, all’antimperialismo militante, permanente, concreto perché l’unico che possa colpire la porzione italiana dell’imperialismo mondiale. Certo, non ci sarà la luce della ribalta per gli amanti dei passaggi televisivi, ci saranno per certo repressione e “fogli di via”, ma questa è la sola garanzia della giustezza di ciò che si sta facendo, tenendo ben a mente che è questo il terreno da cui partire per il salto qualitativo dell’organizzazione politica. Antimperialismo militante e permanente. Contro l a guerra in Ucraina il 13 a Piacenza, per cominciare!!

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