Poletti, il terzo settore e il futuro che ci preparano…

2014_08_20_welfare_partecipativo“Asili, emergenza personale: non ci sono più bidelli? Usiamo gli universitari” (La Repubblica). Quando si leggono certe notizie il dubbio se dedicarci 5 minuti di tempo o se passare oltre sorge spontaneo. Poi, però, sorge altrettanto spontaneamente la consapevolezza che sul ruolo di affaristi e guardie dei sindacati concertativi (leggi CGIL, CISL e UIL) e sul futuro che la borghesia ci sta preparando non si scrive mai abbastanza, soprattutto di fronte alle intramontabili illusioni che, ahi noi, buona parte dei lavoratori ancora conservano.
In breve: il Comune di Genova, ormai agli sgoccioli dell’apertura dei battenti di asili nido e materne, si ritrova con una cospicua carenza di personale (soprattutto bidelli) e con diversi settori che tirano per la giacca per ricevere dei finanziamenti (le varie società partecipate, AMT, ASTER, servizi sociali, ecc ecc).
Mentre i ragionieri comunali cercano di far quadrare i conti inquadrabili, ci pensa la CGIL a suggerire la soluzione ottimale: impiegare studenti universitari! Et voilà, les jeux sont fait! Altro che esercito di riserva!
La soluzione è così fatta: utilizzare quelle schiere di studenti universitari alla spasmodica ricerca di crediti formativi (come se fosse la raccolta punti del supermercato) ed esperienze (qualunque) da inserire nei curriculum vitae da far cestinare a decine di aziende non appena usciti dall’università.
E quindi via con tirocini formativi (!!!) di 3 o 6 mesi (che, essendo curriculari non richiederebbero nemmeno un rimborso spese!) per tappare i buchi lasciati da bidelli mai assunti o licenziati in quasi 100 strutture! Alla faccia della concorrenza al ribasso tra forza lavoro e all’abbassamento generale del costo della forza lavoro, signor CGILellino!
Staremo a vedere cosa decideranno di fare, sta di fatto che questo potrebbe rappresentare un ulteriore rafforzamento di quel sistema attraverso il quale sempre più società e aziende risolvono le proprie carenze di personale e garantiscono i proprio lauti profitti. Del resto questa non è altro che la strada che a più riprese ha già tracciato il Ministro del lavoro Poletti attraverso le linee guida per la riforma del terzo settore (ratificate a Luglio in un apposito ddl), con cui si cercherà di smarcare sempre di più lo Stato e le amministrazioni pubbliche dal sobbarcarsi il peso di un welfare ormai al collasso, non rinunciando, però, alla sua funzione di coesore sociale. Se fino ad ora l’espediente per fare ciò è stato quello della privatizzazione e della esternalizzazione (magari a qualche cooperativa sociale, come già anni fa rimarcavamo in un nostro vecchio opuscolo), ora è la teorizzazione di un vero e proprio “welfare partecipativo” ad essere messo all’ordine del giorno e, con esso, la copertura volontaristica o semi-volontaristica dei servizi che ricadrà sulle spalle soprattutto dei giovani. Con la scusante dell’introduzione dei giovani nel mondo del lavoro, della necessità di conceder loro la possibilità di accumulare esperienza sul campo per combattere la disoccupazione (!!!!) ampi settori di attività potranno essere coperti attraverso il servizio civile, tirocini non pagati o sotto-pagati, cooperazione e volontariato. Da una parte, dunque, un’accelerazione della concorrenza tra forza lavoro, con il conseguente abbassamento generale dei salari; dall’altra porre le basi e le condizioni per una generale operazione di rastrellamento e intruppamento di quegli strati di forza lavoro eternamente in bilico tra lavoro e non lavoro. Un modello ancora in fasce ma che, in prospettiva, potrebbe far emergere nuove e inquietanti potenzialità, con non poche implicazioni politiche. Non è certo un caso, infatti, che nelle linee guida s’inizi a parlare di “assicurare una leva di giovani per la ‘difesa della Patria’ accanto al servizio militare”, oppure che all’interno del ddl si abbozzi l’idea della “valorizzazione delle diverse esperienze di volontariato, anche attraverso il coinvolgimento diretto, nelle attività promozionali, delle organizzazioni di volontariato, incluse quelle che riuniscono militari“. Non siamo certo di fronte alla “mobilitazione generale“, ma con i venti di guerra che spirano per il mondo, dal Medio Oriente all’Ucraina, porre le condizioni per un controllo più serrato su strati di popolazione giovanile e forza lavoro potrebbe diventare sempre più una necessità. La borghesia, in questo senso si organizza, e noi? Ecco, forse aver dedicato 5 minuti alla notizia, ne è valsa la pena.

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