Sulla convenzione Università di Genova e Poste Italiane

posta_universitaCon un comunicato stampa, il 13 giugno Università di Genova e Poste Italiane hanno presentato il raggiungimento di un’intesa che, sebbene nei suoi caratteri ancora generici e non ben definiti, apre, anche qui a Genova, nuovi pericolosi orizzonti su cui vale spendere qualche, seppur breve, ragionamento.
Infatti, al di là di tutte le belle parole spese da ambo le parti su ricerca e formazione, uno dei nodi centrali della “magnifica convenzione” sembra essere la stipula di tirocini formativi, come annunciato dal comunicato stampa, con tutte le implicazioni che questi potranno avere nel quadro d’insieme del mercato del lavoro.
Se, infatti, i tirocini formativi hanno una utilità, è senza dubbio quella di fornire forza lavoro gratuita (non prevedendo, a differenza degli extra curriculari, nessuna retribuzione o rimborso), con la scusa di aprire una prima finestra per gli studenti sul mondo del lavoro.
La realtà è che con questa mossa sarà facile per le Poste sopperire alla carenza cronica di personale non più con contratti trimestrali a giovani diplomati o laureati (in molti uffici bloccati ormai da mesi), ma sfruttando sempre lo stesso bacino di forza lavoro ancora all’interno dell’università, giocandosi la carta del tirocinio formativo. Quindi, lavoro non retribuito.
Questa mossa si inserirebbe nel quadro di generale abbattimento del costo del lavoro, in una situazione odierna in cui, soprattutto ai giovani, l’offerta di un lavoro non retribuito vuole essere fatta passare non come sfruttamento, ma addirittura come un’opportunità per la quale bisogna ringraziare aziende e università.
Tutto ciò non andando a discapito dei soli studenti, costretti a svolgere lavori per lo più assolutamente non “formativi”, e soprattutto a svolgerli gratuitamente, ma colpendo anche i lavoratori già inseriti, siano essi più o meno “garantiti”.
Accettare un sistema che immette nel mondo del lavoro sempre più manodopera gratuita, vuol dire inasprire la concorrenza tra i lavoratori stessi, a discapito di tutta la classe.
Ciò che conta è avere sempre ben presente che ogni qual volta accettiamo implicitamente un attacco al salario, anche della categoria più lontana da noi, implicitamente apriamo la via ad un attacco generale alle condizioni di salario e di lavoro di tutti.
Ancora una volta la parola d’ordine “stesso lavoro, stesso salario!“, che già avevamo indicato nell’affrontare la questione stage/tirocini all’interno del nostro opuscolo ‘Il futuro che ci preparano’, è attuale più che mai e traccia l’orizzonte pratico e teorico verso il quale occorrerà sempre più lavorare politicamente e sindacalmente.

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