Elezioni europee: un primo commento…

renzi_berlusconi_grilloCi sarà tempo per analizzare attentamente i numeri, studiare i flussi elettorali, interpretare con rigore i nuovi equilibri politici che – in Italia e in Europa – si andranno a definire dopo quest’ultima tornata elettorale. Ma già di primo acchito, nel tentare di affrontare i risultati elettorali come uno dei termometri attraverso il quale capire spostamenti e assestamenti dei rapporti di forza tra le classi e tra le frazioni di classe, alcuni aspetti ed elementi possono già essere messi in luce.

Il primo dato è sicuramente quello sull’astensione, elemento, certo citato dai media mainstream, ma sottovalutato cronicamente nell’analisi complessiva. Sono andati a votare il 58,7% degli elettori, attestando il “partito degli astensionisti”, come prima forza politica, al 41,3%. Da questo punto di vista, anche in Italia, il fenomeno astensionista, tipico dei paesi a capitalismo maturo (pensiamo agli USA), si afferma e radica, evidenziando un sempre più diffuso distacco, soprattutto degli strati proletari e piccolo borghesi, dal rito e dalla liturgia elettoralistica.
La costruzione del consenso da parte della borghesia, deve contare su una platea sempre più ristretta, esemplificando le contraddizioni di una “democrazia rappresentativa” (borghese) dove ormai sono minoranze – più o meno organizzate – che esprimono la loro fiducia e il loro sostegno tanto alle istituzioni borghesi, quanto al meccanismo politico complessivo.
Abbastanza deboli appaiono le giustificazioni sul fatto che queste erano elezioni europee, “secondarie” e poco sentite e che quindi l’importanza del fenomeno astensionista dovrebbe essere ridimensionato. La diminuzione della partecipazione elettorale di quasi 8 punti rispetto le europee del 2009 e di 16,5 punti rispetto le politiche 2013 [CISE] evidenzia una forte accelerata e progressione del fenomeno. Basta, infatti, una rapida occhiata alla serie storica delle elezioni europee per rendersi conto come il trentennale aumento dell’astensione (attestato mediamente sul 3 – 5%) subisca una forte progressione, anche rispetto al 2004, inizio dell’accelerazione.
Anche rispetto le politiche del 2013, la lettura non cambia. Rispetto a quella tornata elettorale aumenta, non solo l’astensione, ma anche le schede bianche (+ 182.577). Fenomeno ancor più di rilievo se si nota come all’attuale tornata elettorale di domenica scorsa, rispetto le politiche del 2013, fossero presenti 2 milioni di elettori in più, elemento che può far ipotizzare una forte astensione nelle fasce giovanili.
Ad una lettura più particolareggiata, emergono ulteriori e interessanti aspetti.
Evidente “l’ecatombe astensionista” al Sud e nelle Isole, dove sono andati a votare il 50,4% degli elettori (in Sardegna il 42%!). Un aumento del 9% dell’astensione rispetto le Europee del 2009 e un +19,4% rispetto le politiche del 2013. Le Regioni dove il fenomeno è più evidente, rispetto il 2013, sono la Sardegna (+26,3%), la Sicilia (+21,7%) e il Molise (+23.4%). Segno di come, nel quadro di crisi capitalistica, il sistema d’assistenzialismo, parassitismo e voto di scambio abbia molte minor possibilità d’incidere e intruppare e dove rassegnazione e disillusione verso le proposte politiche della classe dominante si diffondono proprio in quegli strati più colpiti dalla crisi e aggrappati a un sistema clientelare che perde colpi, o che, comunque, non può più corrompere larghi strati di popolazione.
Il fenomeno, seppur mitigato al centro e al nord offre ulteriori interessanti spaccati.
La tenuta, da questo punto di vista, delle Regioni tradizionalmente “rosse” (sic!) è controbilanciata da un aumento consistente dell’astensione in alcune regioni del nord, soprattutto nel nord – est. Infatti, fatta eccezione per la Val D’Aosta (regione a maggior tasso d’astensione – 50,4%) le punte più alte del fenomeno si riscontrano in Friuli (42.4%, rispetto il 2013 +19,6%) e il Veneto (36,1%, rispetto il 2013 +17,8%). La piccola e media borghesia in fermento non è riuscita ad essere incanalata neanche dal Movimento 5 Stelle, e il moderato ritorno della Lega non ha potuto niente nell’operazione di tamponamento del fenomeno. Su questo torneremo.
Sui dati generali della partecipazione elettorale, resta, comunque, il fatto che la contemporaneità delle elezioni comunali e regionali abbia frenato l’astensione al voto. Fatto dimostrabile se si prendono in esame le Regioni, come Piemonte e Abruzzo, dove cioè si votava anche per la regione, dove i dati dell’astensione sono più mitigati, rispetto l’area geografica di riferimento.
Da notare, poi, come il fenomeno astensionista, oltre a essere una misura sulla capacità di coinvolgimento e d’incanalamento del consenso della classe dominante, abbia svolto anche un ruolo di moltiplicatore delle percentuali ottenute dalle varie forze politiche.
La “straordinaria” e “storica” vittoria di Renzi, se vista attraverso questa lente d’ingrandimento, ridimensiona il furore mediatico di tante analisi e commenti. Contando quindi l’astensione, gli elettori che hanno votato Renzi non sono neanche il 24%. A cascata tutti gli altri partiti. Ecco qui le magie della democrazia borghese!

Innegabile, comunque, che i risultati usciti dalle urne, rappresentino un deciso rafforzamento, in generale del PD, in particolare, della figura di Renzi. Questo, un secondo elemento sul quale vale la pena soffermarsi un attimo.
Il PD fa registrare, infatti, una decisa avanzata e un aumento consistente di voti in termini assoluti; 3 milioni di voti in più, rispetto le elezioni europee del 2009, 2 milioni e mezzo rispetto le elezioni politiche del 2013. Crescita di voti che abbraccia complessivamente l’intero territorio nazionale, incremento frenato solo nelle Isole, con, in controtendenza, il dato negativo della Sardegna, dove, addirittura, perde voti (-6,1% rispetto il 2013) [IST. CATTANEO].
Nei prossimi giorni l’analisi dei flussi elettorali potrà darci nuovi elementi, diventa però evidente come il consolidamento piddino abbia basato la propria avanzata, da una parte, sull’attrazione del voto storicamente moderato (spolpamento della compagine montiana e afflusso di voti anche dal centro – destra), dall’altra, dall’erosione del blocco grillino.
Come si traduce in termini politici tale avanzata? Certamente in un consolidamento di Renzi, del suo programma anti – operaio e del consenso al governo da lui presieduto.
Al di là, infatti, dei pugni sul tavolo che, dice, di voler sbattere in Europa (elemento accomunante tutte le principali forze politiche, da Berlusconi a Grillo) è “sui compiti a casa” che la linea governativa (e appoggiata da tutte le finte opposizioni) a essere rafforzata, potendo, in questo modo, marciare più speditamente verso l’attacco profondo e diretto al salario, ai tempi e ritmi di lavoro. E’ l’accellerazione nella precarizzazione dei rapporti di lavoro, la ricerca spasmodica dell’aumento di produttività, è il lavorare in meno e lavorare di più le linee generali su cui riversare il consenso compattato elettoralmente.
Renzi, da questo punto di vista, non solo può presentarsi all’appuntamento potendo godere di rapporti di forza favorevoli all’interno della compagine governativa e in relazione alle altre forze politiche, ma può godere di una legittimazione elettorale (postuma) che ancora gli mancava. Questa una linea e una dinamica che, in prospettiva, potrà affermarsi nel quadro generale, quella cioè di esecutivi non eletti, veri e propri comitati d’affari, che possono permettersi di reggersi solo su consensi elettorali indiretti, postumi e dove il principio rappresentativo borghese, appare sempre più una farsa, farcita d’illusioni, ma che, comunque, continua bene o male a funzionare.
Il dato politico incontrovertibile, e che va a ratificare le nostre prime sensazioni sull’ascesa renziana, è la quasi unanime puntata che le principali cordate industriali e finanziarie della borghesia italiana e internazionale stanno effettuando sul cavallo fiorentino. Basterebbero già i titoloni e gli editoriali degli ultimi giorni a ratificare il fenomeno. Come ricorda M. Basso, lo stesso Marx sottolineava come l’avanzata della reazione fosse direttamente proporzionale alla crescita degli indici di borsa; il fatto che con l’uscita dei risultati elettorali italiani la borsa di Milano abbia fatto registrare un +3% e parallelamente un ulteriore diminuzione dello spread, crediamo non meriti ulteriori commenti.

Terzo elemento su cui ragionare. Chi perde? Più che Berlusconi o Grillo, alla luce delle dinamiche sopracitate, il vero sconfitto dalla tornata elettorale è la minoranza PD, il vecchio apparato diessino, l’apparato burocratico sindacale, travolti dall’affermazione di Renzi e dalla sua componente. I sorrisi tirati di Cuperlo o i comunicati stampa CGIL di questi giorni sono esemplificativi. Il ruolo, la partecipazione e i meccanismi concertativi rivendicati da queste componenti nel programma anti – proletario di Renzi, trovano, da ieri, meno spazio e meno agibilità politica. La riforma della pubblica amministrazione, il ridimensionamento dei permessi, degli apparati e delle burocrazie sindacali saranno arena si battaglia e di contesa tra le varie fazioni, in cui si potrà tastare anche i nuovi rapporti di forza usciti dalle urne. Quanto alle altre forze politiche “sconfitte”, ci limitiamo a qualche semplice, quanto banale, considerazione. Forza Italia subisce un consistente ridimensionamento, perdendo quasi 3 milioni di voti. Quasi 2 milioni di voti li cede all’astensionismo, il resto se lo pappano i diversi frammenti del centro – destra (NcD, Lega, Fratelli d’Italia), ma anche PD (430.000 voti) e Movimento 5 Stelle (410.000 voti) [SWG per SKYTg24].
Come in un infinito deja vu le cassandre urlano già alla fine di Berlusconi. Quello che, però, balza agli occhi è che la somma di Forza Italia, NcD, Lega e Fratelli d’Italia ridanno, più o meno, il risultato delle ultime politiche del 2013. Il rafforzamento PD spinge oggettivamente, per poter sopravvivere, a una ricomposizione del centro – destra.
L’aspetto più interessante è lo scollamento (maggioritariamente confluito nell’astensione) di quegli strati piccolo e medio borghesi (ma anche professionisti, partite IVA, lavoratori nei piccoli stabilimenti ecc..), che avevano in Forza Italia e Berlusconi una propria rappresentanza politica storica. Insofferenza e disillusione ben visibile nel laboratorio veneto, dove Forza Italia subisce un tracollo, perdendo più di un quarto del proprio elettorato. Strati sociali questi non solo martoriati dagli effetti della crisi capitalistica e dalla rinnovata concorrenza internazionale, ma anche frustrati dalla mancanza di risposte e di difesa dei propri interessi immediati che Forza Italia certo non poteva dare nell’effimero status di opposizione parlamentare.
Un aspetto, questo, che ammanta buona parte dell’analisi sull’arretramento dei 5 Stelle.
Che un vistoso arretramento si sia verificato, infatti, è dato inoppugnabile. L’unico confronto possibile è quello con le elezioni politiche del 2013.
Il Movimento 5 Stelle perde quasi 3 milioni di voti, buona parte in astensione e un milione abbondante assorbito dal PD. Da un punto di vista geografico l’arretramento è abbastanza omogeneo, anche se l’osservazione dei picchi della perdita di voti diventa esemplificativo delle diverse questioni politiche che la fase mette davanti agli occhi di tutti, grillini compresi. Il maggior deflusso di voti, infatti, si registra nelle regioni insulari (Sicilia -46,8%; Sardegna – 37,3%) e nel nord- est (Trentino – 42.7%; Veneto – 38.6%; Friuli -44.9%). Quello che sembra emergere é, dunque, il fatto che il Movimento 5 Stelle paghi soprattutto il suo status di mera opposizione parlamentare. Al Sud non potendo competere con “la proposta politica” degli altri partiti che possono comunque contare sulle tradizionali leve assistenziali/clientelari – seppur ridimensionate, come abbiamo sottolineato – e su un decennale radicamento nei gangli vitali della macchina politica, burocratica e amministrativa; al nord – est scontando l’impossibilità di offrire, proprio a quegli strati piccolo borghesi, soluzioni praticabili e risolutive dentro un quadro di crisi capitalistica.
Dinamica simile si può, poi, ipotizzare sul lavoro salariato, cui consistenti strati nel 2013 erano stati attratti dalla propaganda grillina. A questo giro gli 80 euro di Renzi e la “spinta” nell’azione di governo hanno rappresentato una sirena ben più materiale, rispetto gli starnazzamenti berlingueriani di Grillo.
Ma, dopotutto, questi non sono altro che i limiti strutturali della politica piccolo borghese e anti – operaia del Movimento 5 Stelle, del sostanziale cretinismo parlamentare che ammanta la sua azione e che non può che condannarlo alla sua inifluenza di fondo rispetto i processi capitalistici, relegando la sua azione dentro le 4 mura di un parlamento ormai svuotato di ogni funzione dove cartelli, sceneggiate e salite sui tetti sono l’unico ruolo che il copione della democrazia borghese oggi permette.

Il quarto aspetto da sottolineare, è sicuramente quello relativo all’analisi della tornata elettorale inserita nel quadro europeo. I risultati emersi in Francia e Inghilterra (solo per citare 2 casi) svilupperanno certo i propri effetti, nel ridisegnare alleanze e rapporti di forza in Europa. Qui, non possiamo che limitarci ad elencare alcune questioni, riproponendoci di ritornarci a breve con altri articoli e nel prossimo numero della rivista.
Il dato elettorale evidenzia, anche nel quadro europeo un forte ruolo dell’astensione.
La partecipazione al voto nei 28 paesi membri ha raggiunto una media del 43.1%, ampiamente falsata dai paesi, come Lussemburgo e Belgio, dove vige il voto obbligatorio.
In paesi come Germania e Francia, dove si è molto enfatizzato sul risultato raggiunto dalla Le Pen, la partecipazione al voto non ha comunque superato il 47,9% dei tedeschi e il 43.5% dei francesi. Si arriva, poi, a cifre ridicole se si guarda la Polonia (22.7%), la Repubblica Ceca (19.5%) o la Slovacchia (13%), segno del disancoraggio delle popolazioni dal mito europeo.
In complesso resta, comunque, un fatto, da una parte, della forza politica ed elettorale della Merkel e del suo partito, dall’altra, la forte affermazione dei cosiddetti partiti euroscettici in buona parte dello scacchiere europeo. Nei prossimi giorni e settimane, si capirà come gli equilibri, non tanto nel parlamento, ma nel complessivo quadro politico europeo potranno modificarsi. Ci limitiamo, qui, ad elencare alcuni aspetti.
L’affermazione del fronte “euroscettico” rappresenta uno sconquassamento dei vecchi equilibri; l’affermazione di misura del PPE sul PSE potrebbe spingere quindi ad un progetto di larghe intese tra i due storici partiti europei, sventolando lo spauracchio euroscettico nella copertura e giustificazione politica dell’operazione.
In un quadro più ristretto, l’affermazione della Le Pen, l’indebolimento di Hollande e l’affermazione di Renzi pongono le condizioni per l’affermazione di un asse franco – italiano alla ricerca di spazi di manovra per rendere più gestibile la questione “debito” e “deficit” dei due paesi. Aumenta, infine, il peso “italiano” dentro il PSE e quindi i rapporti di forza con la componente tedesca del partito, vista probabilmente da Renzi come un possibile pontiere nel delineare i rapporti con la Merkel, uscita dalla tornata elettorale rafforzata, come del resto lo è il partito euroscettico tedesco. Questo lo scenario.

Piccola nota finale, ritornando alla nostra Italietta. L’ininfluente 4% dell’Altra Europa con Tsipras ridà fiato e un po’ di soldi ad un ceto politico e intellettuale opportunista, non rappresentando alcunché per la ripresa di un movimento operaio, se non l’ennesima catena al suo collo. L’unica cosa che la “sinistra sinistrata”, dopo la tornata elettorale, spande a piene mani é ulteriore scoramento e disaffezione tra le fila di una classe lavoratrice sfilacciata, dispersa e disorientata. Con ancor più evidenza la riconquista di una propria autonomia – ideologica, politica e sindacale – per i lavoratori passa lontano dalle urne elettorali e da una certa intellighenzia che si veste di rosso. Passa, invece, dai tanti compagni, la lotta della logistica insegna, che impegnandosi quotidianamente nelle piazze e nei luoghi di lavoro organizza vecchie e nuove leve di forza lavoro, educandole nella lotta a quella prospettiva storica che è propria di tutta la classe lavoratrice, europea e mondiale.

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